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mercoledì 23 novembre 2005, 00:00

L’ombra dell’ispettore francese

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Mario Sechi
da Roma

Sepolto dalle smentite, qualcuno ha pensato di mettere una pietra tombale sul Niger-gate. In realtà la vicenda è più che mai aperta, solo che il filone del complotto neocon per fabbricare prove false per andare in guerra in Irak è morto nella culla. La storia non è da archiviare perché una volta tumulato lo scenario costruito dal partito politico-mediatico «anti Tre B» (Bush, Blair, Berlusconi) è più che mai vivo quello che è ricco di riscontri, fatti e testimonianze non smentibili: lo strano ruolo della Francia, dei suoi servizi segreti e di un gruppo di personaggi ostili all’amministrazione Bush che hanno manipolato la verità.
Il settimanale americano Newsweek l’altro ieri ha ripreso le anticipazioni del Giornale sulla fonte – probabilmente la colomba del Dipartimento di Stato Richard Armitage - che per prima avrebbe raccontato alla star del Washington Post, Bob Woodward, l’identità di Valerie Plame, agente della Cia e moglie dell’ambasciatore Wilson, il diplomatico che dopo esser stato in Niger a caccia di prove sulla vendita di uranio a Saddam entrò in rotta di collisione con la Casa Bianca. Una rivelazione – se confermata – destinata a lasciare un segno su tutta la storia del Niger-gate. Perché andato a carte quarantotto il complotto neoconservatore, resta da sviluppare il plot della Francia, contraria all’intervento in Irak, ma a conoscenza dei falsi sulle lettere dell’ambasciata nigerina a Roma affidati a un suo agente segreto. Ieri, poi, alla Cnn Woodward s’è lasciato fuggire che la sua «gola profonda» è di sesso maschile.
Indipendentemente dal fatto che Newsweek e il Giornale abbiano ragione su Armitage, altri fatti inediti inguaiano la Francia. O meglio, sono già stati riferiti ma il grande pubblico non li conosce perché l’autore di un libro intitolato Oppdraget (L’incarico) ha trovato un solo editore disposto a pubblicare una storia diversa da quella «ufficiale», un editore norvegese.
Chi è l’autore? Si chiama Jafar Dhia Jafar, ed era il capo del programma nucleare di Saddam Hussein. Aveva un filo diretto con il raìs, con Tarek Aziz, con tutto l’establishment, dunque non proprio l’ultimo arrivato. Secondo l’Aiea sapeva tutto sulle armi di distruzione di massa irachene e proprio con l’Agenzia atomica internazionale Jafar ha dovuto fare i conti, in particolare con il signor Jacques Bauté, già capo della missione Onu in Irak (Invo). E proprio sui rapporti Jafar-Bauté emergono retroscena inquietanti sul ruolo, già oscuro, ricoperto dai francesi nel Niger-gate.
Il 20 gennaio 2003 – racconta Jafar – Bauté gli chiede spiegazioni specifiche sull’uranio. Jafar casca dalle nuvole. Bouté insiste. Jafar gli risponde piccato: «Fammi vedere i documenti che mi accusano». Replica del capo dell’Invo: «L’Aiea li ha avuti da un certo Paese a condizione di non rivelarli all’Irak». Jafar non la prende bene, e taglia il discorso: «Se non sono del nostro governo perché non possiamo vederli?». Semplice. Perché Bauté, in realtà, i documenti non li aveva ancora ricevuti ufficialmente dagli americani. Ne prenderà visione solo il 4 febbraio, e guardacaso le notizie contenute corrisponderanno alle famigerate lettere false di Rocco Martino (agente degli 007 di Parigi). Domanda: Bauté bluffava? O aveva in mano qualcos’altro? O addirittura disponeva del carteggio taroccato con largo anticipo?
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