Alla fine è arrivata, attesa e scontata, ma non per questo meno destabilizzante per gli equilibri internazionali. Mosca ha accolto la richiesta avanzata due giorni fa dal Parlamento russo e ha riconosciuto l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud dalla Georgia. Una decisione che apre scenari che lasciano spazio a conseguenze imprevedibili, da quelle diplomatiche alle più drammatiche. E a tutti sembra di rivivere timori che si credevano dimenticati, quelli sui quali per oltre trent’anni è cresciuta un’intera generazione. Quando l’unica cosa che si poteva fare era appellarsi al buon senso e alla responsabilità dei contendenti. Unione Sovietica e Stati Uniti, allora. Russia e Occidente, oggi.
«Tenendo conto della libera volontà espressa dal popolo abkhazo e osseto, ispirandosi allo statuto dell’Onu, alla dichiarazione del 1970 sui principi del diritto internazionale riguardanti i rapporti di amicizia tra gli Stati, all’atto finale di Helsinki del 1975 e ad altri fondamentali documenti internazionali, ho firmato i decreti sul riconoscimento da parte della Federazione russa dell’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia. Non è stata una scelta facile, ma è l’unico modo di salvare vite». Come a dire: il diritto è dalla nostra parte, abbiamo solo rispettato la volontà di un popolo. Chiunque sia contro la nostra decisione è contro quel diritto e quella volontà. Le parole con le quali il presidente russo Dmitri Medvedev ha annunciato il riconoscimento dell’indipendenza suonano come una dichiarazione di guerra: alla Georgia, che è menomata nel suo territorio; all’Occidente, che è decapitato della propria autorevolezza; agli Stati Uniti, che sono spodestati del loro potere dissuasivo, affermato con la diplomazia, l’economia e anche con le armi.
Che l’approvazione internazionale e quella statunitense non abbiano alcun potere dissuasivo o, tanto meno, vincolante, per Medvedev, lo dimostrano non solo le dichiarazioni del presidente russo, ma anche le intenzioni manifestate per l’immediato futuro. «La Russia - ha detto il delfino di Putin - è pronta a tutto e non ha paura di nulla, nemmeno di una nuova Guerra Fredda. Naturalmente non la vuole, ma in questa situazione tutto dipende dai nostri partner». Non solo, Medvedev non esclude «una risposta militare» se verrà realizzato lo scudo missilistico americano nell’Europa centro-orientale. E il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, riguardo alle possibili sanzioni contro il suo Paese: «Non posso né voglio indovinare quale pretesto potrebbero usare i nostri oppositori per varare sanzioni contro di noi, ma la Russia è un Paese autosufficiente e i tentativi di frenare la realizzazione dei nostri ambiziosi piani per lo sviluppo socio-economico russo non avranno alcun risultato». Sembra di sentire un discorso di Breznev.
Molto dura la reazione di Tbilisi, dove il premier georgiano Mikhail Saakashvili ha denunciato il tentativo russo di annettere le due regioni cercando, attraverso il riconoscimento dell’indipendenza, di cambiare i confini con la forza. Con una mossa che non si conosceva in Europa dai tempi «della Germania nazista e di Stalin». Saakashvili si è quindi appellato alla Nato e all’Unione europea perché accelerino il processo di integrazione della Georgia.
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