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giovedì 18 giugno 2009, 07:00

«Mio fratello colpito, io bastonato, non so nulla di mia figlia»

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Jadi lo perdo alle 16.10. Lo tallono da prima delle elezioni. Inutilmente. «Interviste? Telefonate? No, troppo pericoloso». L’ultimo saluto è per la nazionale di calcio iraniana. «Viva i nostri coraggiosi giocatori: oggi contro la Corea hanno messo il braccialetto Verde Bravi!» . Un attimo e anche Jadi precipita nell’abisso buio, nella foiba elettronica riservata dal regime a internet, sms e telefoni. Resta solo la sua foto di studente capellone in maglietta grigia e sguardo trasognato. Ma la sua anima digitale forse sopravvive, forse si trascina anonima nella risacca dell’ultima spiaggia dei «twitter» iraniani. Si chiama Open Iran, ha aperto da 24 ore e una nota avverte: «Questo non è l’indirizzo di un solo utilizzatore chiunque può usarlo con un Url segreto». Siamo nella prima linea della resistenza elettronica, nell’ultima trincea della guerriglia cibernetica. Chissà cosa ne pensano Evan Williams anni e Biz Stones. Tre anni fa, quando s’inventarono Twitter, pensavano solo a far soldi sfruttando il cazzeggio di universitari e liceali americani. Un cazzeggio da 140 caratteri capace di rimbalzare da internet al telefonino e garantire l’anonimato. L’han pensata bene. Twitter a differenza di Facebook, social network e siti internet dove emergono foto e filmati della rivolta di Teheran, è l’unico a garantire una linea continua e sicura con la protesta. Non a caso martedì, per evitare un aggiornamento del sito capace di togliere la voce all’opposizione iraniana, è sceso in campo persino il dipartimento di Stato di Washington.
Così grazie a Twitter e al suo angolo di Open Iran alle 17.43 riceviamo anche noi il messaggio che rassicura tutti: «Moussavi sta bene, non credete alle voci, non gli hanno sparato». A quel punto siamo in strada. I messaggi più importanti li firma Iran Election, un Twitter già sbarrato che rigira tutto su Open Iran: «La dimostrazione è in corso, alcuni capi riformisti già arrestati, muovetevi in grossi gruppi, cambiate zona se vi seguono». Un minuto dopo il ritrovo. «Due milioni di persone in piazza Haft Tir. Gli striscioni scrivono “Il mio silenzio è più forte dei vostri manganelli”». Poi la rassicurazione. «I dimostranti sono tranquilli, probabilmente perché i Basiji sembrano calmi... tra la polizia qualcuno indossa roba verde (il colore simbolo della protesta ndr)». Subito due messaggi di conferma. «Un poliziotto con una sciarpa verde mi ha sorriso». Open Iran ci aggiunge «non confermato». Ma la voce corre. «Ci sono segnali... tra polizia e basiji parecchia gente è con noi». Alle 19 l’indiscrezione: «Tra i basiji ci sono molte diserzioni, i contatti dei mullah che ci appoggiano funzionano».
Altre voci parlano di strani poliziotti che parlano arabo. Da dove vengono? Il sospetto balena alle 19.30. «Non sappiamo da dove saltino fuori questi stranieri, ma senza dubbio sono in Iran». Il sospetto corre ai miliziani libanesi di Hezbollah. Sono in strada a fianco degli amici pasdaran? Nessuno si prende la responsabilità di confermarlo. Intanto gli studenti sono in allarme. «Attenti, i basiji stanno muovendo verso l’università, se siete lì squagliatevela». ProtesterHelp avverte: «Usate le strade dell’uscita est». ProtesterHelp ricorda anche le minacce dei pasdaran a chiunque diffonda notizie o immagini su internet e la promessa di trascinare in tribunale chi collabora dall’estero.
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