Tibet, Dalai Lama: "Basta violenze o lascio"

L'appello del leader spirituale tibetano: "Con la forza non si ottiene nulla". E da Lhasa arrivano notizie di 19 altri morti. Boicottare i giochi? VOTA

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New Delhi - È un appello disperato quello lanciato ieri dal Dalai Lama sempre più preoccupato per l’ondata di violenza che da una settimana sta insanguinando il Tibet. Di fronte alla dura repressione di Pechino e all’impossibilità di fermare le protesta contro i Giochi olimpici di agosto, il leader tibetano ha minacciato le «dimissioni» se la situazione dovesse degenerare. Dal suo quartiere generale di Dharamsala, in India, ha detto ai giornalisti di essere pronto a lasciare la sua carica di capo dello Stato nel caso in cui il confronto tra i dimostranti e la polizia cinese dovesse trasformarsi in un altro bagno di sangue. Il Premio Nobel per la Pace ha ricordato i valori gandhiani della non violenza con un forte richiamo che è indirettamente anche un’ammissione di impotenza ad intervenire in una crisi che sembrerebbe ormai fuori dal suo controllo. «La violenza è grave, contraria alla natura umana, è quasi un suicidio – ha detto -. Anche se mille tibetani sacrificassero la loro vita, non cambierebbe nulla». E poi ha continuato: «Se le passioni delle due parti si placheranno, potremo lavorare insieme» precisando che «dobbiamo costruire dei buoni rapporti con i cinesi per vivere fianco a fianco». Si tratta di un invito al dialogo che è in chiara contraddizione con le dure denunce di due giorni fa quando aveva accusato il governo di Pechino di «genocidio culturale» e di instaurazione di un «regime del terrore». Sembrerebbe quasi che il Dalai Lama, dopo i toni battaglieri del 10 marzo, l’anniversario dell’insurrezione anti cinese del 1959 che ha scatenato la rivolta, sia ritornato sui binari pacifisti della sua strategia del «middle path», la «via di mezzo», un approccio moderato alla rivendicazione dell’autonomia del Tibet, però contestata da alcune frange radicali della diaspora. Anche ieri da Dharamsala, ha ribadito che «l’indipendenza è fuori discussione» rispondendo così alle accuse mosse alcune ore prima da Wen Jiabao. Il primo ministro cinese, in un intervento televisivo, ha di nuovo puntato il dito contro la «cricca del Dalai Lama» che avrebbe fomentato gli incidenti allo scopo di «sabotare le Olimpiadi» che «da molte generazioni sono il sogno del popolo cinese». Wen ha detto di «avere le prove» che gli incendi e i saccheggi - che hanno causato danni per 10 milioni di euro - sarebbero stati premeditati. Ha inoltre aggiunto che la polizia ha «usato moderazione» nel sedare le rivolte in cui avrebbero perso la vita circa un centinaio di persone secondo stime del governo tibetano in esilio (mentre il bilancio delle autorità cinesi parla di 13 morti). Su molti siti internet circolano però alcune immagini raccapriccianti dei cadaveri di giovani tibetani e monaci vittime della repressione della polizia. Le foto sono state esposte anche durante i cortei a New Delhi e sui muri della piccola colonia degli esuli tibetani di Majnu Ka Tila, dove da una settimana è in corso una serrata generale.

Anche ieri in diverse parti del Tibet le forze dell’ordine sarebbero entrate in azione per fermare le proteste che sono dilagate del vasto territorio himalayano. Secondo quanto denuncia il governo in esilio, 19 tibetani sarebbero stati uccisi da colpi di arma da fuoco a Manchu, nei pressi di Lhasa, durante una manifestazione. Intanto la capitale tibetana rimane presidiata dai carri armati e continuerebbero anche i rastrellamenti casa per casa, come riferiscono dei testimoni oculari citati da Radio Free Asia. Tuttavia, la televisione di stato Cctv, l’unica a poter entrare a Lhasa, ha mostrato le immagini di una città tranquilla con i negozi aperti e i bambini che vanno a scuola. Sempre secondo la tv pubblica, un centinaio di rivoltosi si sarebbero arresi alla polizia dopo l’ultimatum scaduto alla mezzanotte di lunedì.

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COMMENTI

#3 matteo75 (586) - lettore
il 19.03.08 alle ore 11:19 scrive:
I NEGOZIATI SINO-TIBETANI Sua Santità il Dalai Lama ha fatto varie proposte ai leader cinesi come gesto di buon augurio per risolvere le diversità di opinione e per trovare una soluzione soddisfacente alla questione del Tibet. Tra il 1979 e il 1984, il Dalai Lama ha inviato quattro delegazioni esplorative in Tibet e due delegazioni a Pechino per condurre colloqui ad alto livello con i leader cinesi. I colloqui non hanno avuto successo perché i cinesi non erano pronti a discutere nessun tema importante, limitandosi a proporre il ritorno dall'esilio del Dalai Lama Nel 1987, il Dalai Lama ha annunciato il Piano di Pace  in Cinque Punti che ha rappresentato un atto di apertura verso i cinesi per iniziare i negoziati. Quelli che seguono sono gli elementi chiave del Piano: 1. L'intero Tibet, incluse le province orientali del Kham e dell'Amdo, siano trasformate in una zona di pace, una zona di ahimsa, un termine hindi che significa una condizione di pace e di non-violenza. 2. Il trasferimento della popolazione cinese in Tibet, che il governo di Pechino persegue per forzare una 'soluzione finale' al problema tibetano, riducendo la popolazione tibetana a una minoranza insignificante e non-rappresentativa nel proprio paese, deve cessare. 3. In Tibet, i fondamentali diritti umani e la libertà democratica devono essere rispettati. Il popolo tibetano deve essere nuovamente libero di svilupparsi culturalmente, intellettualmente, economicamente e spiritualmente, e deve poter esercitare le fondamentali libertà democratiche. 4. La restaurazione e la protezione dell'ambiente naturale in Tibet e la cessazione dell'uso della Cina del territorio tibetano per la produzione di armi nucleari e per lo smaltimento dei rifiuti nucleari. 5. L'inizio di seri negoziati sul futuro status politico del Tibet e sulle relazioni tra il popolo tibetano e il popolo cinese. La Cina non ha mai risposto affermativamente e si è sempre rifiutata di iniziare i negoziati. La Cina insiste nel presentare la questione tibetana come una questione del Dalai Lama. In passato Pechino ha elaborato una proposta in cinque punti per il ritorno del Dalai Lama, ma Sua Santità stesso ha affermato che il futuro del Tibet non riguarda il Dalai Lama bensì il benessere dei sei milioni di tibetani in Tibet. ADESSO è ORA DI REAGGIRE SFORTUNATAMENTE IL TIBET NON HA PETROLIO E GAS
#2 matteo75 (586) - lettore
il 19.03.08 alle ore 11:16 scrive:
SEMPRE DAL SITO PACELINK:FATTI E CIFRE DELLA SITUAZIONE IN TIBET 1. Un milione e duecentomila tibetani (un quinto della popolazione) sono morti come risultato dell'occupazione cinese. 2. Migliaia di prigionieri religiosi e politici vengono detenuti in prigioni e in campi di lavoro forzato, dove la tortura è pratica comune. 3. Le donne tibetane sono soggette a sterilizzazione forzata e a procurati aborti. 4. Le cure mediche non sono accessibili a tutti e le strutture migliori sono riservate agli individui di nazionalità cinese. 5. In Tibet, l'istruzione per i bambini cinesi è nettamente superiore a quella disponibile per i tibetani. Il 70% dei posti nelle strutture educative superiori è riservato ai Cinesi. 6. Il Tibet, un tempo pacifico stato cuscinetto tra l'India e la Cina, è stato trasformato in una vasta base militare, che ospita non meno di 500.000 soldati cinesi, e un quarto della forza missilistica nucleare cinese, valutata complessivamente in 550 testate nucleari. 7. Più di seimila monasteri, templi ed edifici storici sono stati razziati e rasi al suolo, e le loro antiche e insostituibili opere d'arte e i tesori della letteratura sono stati distrutti o venduti dai cinesi, durante le 'riforme democratiche' prima del 1966, e il rimanente durante la Rivoluzione Culturale, secondo le autorità cinesi 8. La Cina in Tibet proibisce I' insegnamento e lo studio del Buddhismo. L'odierna apparenza di libertà religiosa è stata inaugurata unicamente per fini di propaganda e per il turismo. 9. I monaci e le monache continuano a essere espulsi dai monasteri. 10. Le risorse naturali del Tibet e la sua fragile ecologia stanno per essere irrimediabilmente distrutte, come risultato dell'invasione cinese. Gli animali selvatici sono stati praticamente sterminati, le foreste abbattute e il terreno e stato impoverito ed eroso. 11. Sin dall'invasione il Tibet storico è stato diviso dalla Cina Comunista. Le province tibetane dell'Amdo, e gran parte del Kham, sono state incorporate nelle province cinesi di Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan. 12. Nel 1960 la Commissione di Giustizia Internazionale ha rilevato in Tibet sia atti di genocidio sia l'aperta violazione di sedici articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. 13. L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato tre Risoluzioni di Condanna alla Cina, per 'violazioni dei fondamentali diritti umani del popolo tibetano' e ha invitato la Cina a rispettare i diritti del popolo tibetano, incluso il proprio diritto alla auto-determinazione. 14. La xxesima sessione della Sotto-Commissione delle Nazioni Unite ha adottato la Risoluzione 1991/L, 19, denominata 'La situazione in Tibet', il 25 agosto 1991, a Ginevra, dopo aver ricevuto ripetuti resoconti delle grossolane violazioni dei diritti umani in Tibet. La Sotto-Commissione ha dichiarato la sua "preoccupazione per le continue violazioni dei fondamentali diritti umani e libertà che mettono in pericolo la particolare identità culturale, religiosa e nazionale del popolo tibetano". Le autorità cinesi in Tibet praticano la discriminazione e la segregazione ufficialmente e apertamente. 15. Il Tibet è controllato strettamente dal partito e dall'esercito Comunista Cinese. Pechino nomina tutti i funzionari superiori del governo e del partito, la maggior parte dei quali non parla tibetano. 16. I tibetani, nonostante il rischio di torture, di imprigionamento e di esecuzioni capitali, non hanno mai accettato l'occupazione cinese del loro paese, mettendo in atto una resistenza a questa occupazione totalmente non violenta e pacifica ma molto determinata. Dal settembre 1987, in tutto il Tibet si sono verificate piu di 100 dimostrazioni contro il dominio cinese, che hanno avuto come risultato piu di 450 morti e la carcerazione di migliaia di tibetani, eseguita senza un regolare processo.
#1 matteo75 (586) - lettore
il 19.03.08 alle ore 11:14 scrive:
DOPO UNA BREVE RICERCA HO SCOPERTO CHE :Il Tibet, una nazione indipendente con una storia che risale al 127 a.C., è stato invaso 45 anni fa, nel 1950, dalla Repubblica Popolare Cinese. L'invasione e l'occupazione del Tibet è stata un atto di aggressione e una chiara violazione delle leggi internazionali. Oggi il Tibet è oppresso da una occupazione cinese, illegale e repressiva. Il Dalai Lama, capo di stato e guida spirituale del Tibet, un fermo apostolo della non-violenza, ha tentato per otto anni di coesistere pacificamente con i cinesi, ma la sistematica conquista del territorio del Tibet e del suo popolo da parte della Cina ha provocato ripetuti atti di repressione. Il 10 marzo del 1959, la resistenza tibetana è culminata in una insurrezione nazionale contro i cinesi. L'esercito di Liberazione (sic!) Cinese ha schiacciato l'insurrezione, uccidendo in quella data più di 87.000 tibetani, nel solo Tibet centrale. Sua Santità il Dalai Lama, i membri del suo governo e circa 80.000 tibetani sono fuggiti dal Tibet e hanno cercato asilo politico in India, in Nepal e in Bhutan. Oggi vi sono piu di 120.000 tibetani in esilio, inclusi oltre 5.000 che vivono al di fuori del subcontinente indiano. Per sfuggire alle persecuzioni cinesi, dal Tibet continuano ad arrivare moltissimi rifugiati tibetani. Le Nazioni Unite hanno approvato tre risoluzioni sul Tibet, nel 1959, nel 1961 nel 1965, che hanno espresso seria preoccupazione per la violazione dei diritti umani e che hanno invocato : «la cessazione di pratiche che privano il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e libertà, incluso il proprio diritto all'auto-determinazione».
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