Resta ora da saltare l'ultimo, costituito dalla riluttanza del presidente della Repubblica ceca, l'euroscettico Vaclav Klaus, ad avallare con la sua firma la ratifica parlamentare e da un ricorso di alcuni Senatori alla Corte costituzionale. Se la Consulta di Praga dovesse pronunciarsi contro il Trattato, la macchina si bloccherebbe un'altra volta; ma per mettere nei guai l'Unione basterebbe che i giudici cechi rinviassero il loro verdetto a dopo le elezioni britanniche della prossima primavera, che quasi certamente saranno vinte dai conservatori. In questo caso, il loro leader David Cameron, che ieri ha ribadito il suo «no» a Lisbona con la richiesta di un referendum, ed è incalzato da un elettorato che è in stragrande maggioranza favorevole addirittura all'uscita del Paese dalla Ue, avrebbe il tempo di indire quella consultazione che aveva promesso durante l'ultima campagna elettorale e che, con ogni probabilità, si risolverebbe in una netta bocciatura del Trattato. Si tratta, per la verità, di uno scenario abbastanza improbabile, ma che rappresenta l'ultima spiaggia per decine di milioni di europei che, a dispetto delle decisioni già assunte dai loro governi e dai loro Parlamenti, continuano a essere contrari a una maggiore integrazione e considerano Lisbona una camicia di forza. Se, infatti, ieri per gli europeisti è stato un giorno di gioia (se non altro per avere evitato il caos istituzionale che un nuovo no di Dublino avrebbe provocato), per gli euroscettici l'esito del referendum è stato causa di lutto.
Forte del suo trionfo, il premier Cowen ha detto che il sì dei suoi concittadini «renderà l'Irlanda migliore e l'Europa più forte»: sul primo punto si può essere d'accordo, sul secondo bisognerà vedere. Sulla carta, la nomina di un presidente dell'Unione in carica per due anni e mezzo e di un ministro degli Esteri con nuovi poteri, e l'ampliamento delle materie su cui il Consiglio europeo potrà decidere a maggioranza dovrebbero rendere l'Unione più autorevole e più facile da governare. Ma i progressi saranno graduali. Anzitutto, i 27 dovranno accordarsi (all'unanimità) sulle personalità cui affidare le due nuove cariche. Allo stato, il favorito per la presidenza rimane l'ex premier britannico Tony Blair, portato soprattutto da Sarkozy ma gradito anche a Germania e Italia. Tuttavia proprio ieri William Hague, ministro degli Esteri ombra, ha espresso l'assoluta contrarietà dei conservatori inglesi alla sua nomina: «Alla gente darebbe molto fastidio se Blair diventasse presidente della Ue» ha detto, preannunciando che i Tories eserciteranno ogni possibile pressione su Parigi, Berlino e le altre capitali per silurarlo. Se la loro opposizione - aggiunta a quella di chi non ha ancora perdonato a Blair l'appoggio a Bush nella guerra irachena - dovesse risultare decisiva, si dovrebbe ripiegare o sull'ex premier spagnolo Felipe Gonzales o sul lussemburghese Juncker. Per il posto di ministro degli Esteri, nessun candidato è finora emerso in modo decisivo e ci si aspetta una bella battaglia.
Insomma, i travagli europei non sono finiti a Dublino. Prossima puntata, proprio il Consiglio europeo che dovrà accordarsi su queste nomine.
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