Trattato di Lisbona: in Irlanda stravince il sì, ora decide Praga

Ribaltato il risultato del 2008: a Dublino la riforma dell’Unione Europea passa con il 67% dei voti. Per il via libera definitivo decisiva la firma del presidente ceco, l’euroscettico Klaus. E a Londra i conservatori tornano sull’ipotesi di un referendum in Gran Bretagna

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Gli irlandesi, che nel giugno 2008 avevano bocciato il Trattato di Lisbona con un 53% di no, hanno - come previsto - cambiato idea, e al secondo tentativo lo hanno approvato con un clamoroso 67% di sì. Allora, l'Irlanda era ancora in pieno boom, e gli elettori si erano fatti guidare dalla paura di perdere la sovranità su temi caldi come l'aborto, la politica fiscale, la neutralità. Oggi che il Paese è stato colpito da una recessione violenta ed ha dovuto essere salvato dalla bancarotta dalla Banca centrale europea, ha prevalso la paura di diventare, con un nuovo rifiuto, i paria dell'Unione. Con tutti i maggiori partiti, le associazioni professionali e le grandi aziende schierati per la ratifica, è stato perciò agevole rovesciare il risultato dello scorso anno e rimuovere così il penultimo ostacolo all'entrata in vigore del Trattato, sofferto sostituto della Costituzione bocciata a suo tempo dagli elettori francesi e olandesi.
Resta ora da saltare l'ultimo, costituito dalla riluttanza del presidente della Repubblica ceca, l'euroscettico Vaclav Klaus, ad avallare con la sua firma la ratifica parlamentare e da un ricorso di alcuni Senatori alla Corte costituzionale. Se la Consulta di Praga dovesse pronunciarsi contro il Trattato, la macchina si bloccherebbe un'altra volta; ma per mettere nei guai l'Unione basterebbe che i giudici cechi rinviassero il loro verdetto a dopo le elezioni britanniche della prossima primavera, che quasi certamente saranno vinte dai conservatori. In questo caso, il loro leader David Cameron, che ieri ha ribadito il suo «no» a Lisbona con la richiesta di un referendum, ed è incalzato da un elettorato che è in stragrande maggioranza favorevole addirittura all'uscita del Paese dalla Ue, avrebbe il tempo di indire quella consultazione che aveva promesso durante l'ultima campagna elettorale e che, con ogni probabilità, si risolverebbe in una netta bocciatura del Trattato. Si tratta, per la verità, di uno scenario abbastanza improbabile, ma che rappresenta l'ultima spiaggia per decine di milioni di europei che, a dispetto delle decisioni già assunte dai loro governi e dai loro Parlamenti, continuano a essere contrari a una maggiore integrazione e considerano Lisbona una camicia di forza. Se, infatti, ieri per gli europeisti è stato un giorno di gioia (se non altro per avere evitato il caos istituzionale che un nuovo no di Dublino avrebbe provocato), per gli euroscettici l'esito del referendum è stato causa di lutto.
Forte del suo trionfo, il premier Cowen ha detto che il sì dei suoi concittadini «renderà l'Irlanda migliore e l'Europa più forte»: sul primo punto si può essere d'accordo, sul secondo bisognerà vedere. Sulla carta, la nomina di un presidente dell'Unione in carica per due anni e mezzo e di un ministro degli Esteri con nuovi poteri, e l'ampliamento delle materie su cui il Consiglio europeo potrà decidere a maggioranza dovrebbero rendere l'Unione più autorevole e più facile da governare. Ma i progressi saranno graduali. Anzitutto, i 27 dovranno accordarsi (all'unanimità) sulle personalità cui affidare le due nuove cariche. Allo stato, il favorito per la presidenza rimane l'ex premier britannico Tony Blair, portato soprattutto da Sarkozy ma gradito anche a Germania e Italia. Tuttavia proprio ieri William Hague, ministro degli Esteri ombra, ha espresso l'assoluta contrarietà dei conservatori inglesi alla sua nomina: «Alla gente darebbe molto fastidio se Blair diventasse presidente della Ue» ha detto, preannunciando che i Tories eserciteranno ogni possibile pressione su Parigi, Berlino e le altre capitali per silurarlo. Se la loro opposizione - aggiunta a quella di chi non ha ancora perdonato a Blair l'appoggio a Bush nella guerra irachena - dovesse risultare decisiva, si dovrebbe ripiegare o sull'ex premier spagnolo Felipe Gonzales o sul lussemburghese Juncker. Per il posto di ministro degli Esteri, nessun candidato è finora emerso in modo decisivo e ci si aspetta una bella battaglia.
Insomma, i travagli europei non sono finiti a Dublino. Prossima puntata, proprio il Consiglio europeo che dovrà accordarsi su queste nomine.
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COMMENTI

6 commenti su  1  2   pagine dal più vecchio | dal più recente
#6 michageo (552) - lettore
il 04.10.09 alle ore 17:47 scrive:
..spero tanto, e non solo io, che Klaus ce la faccia. L'Europa non si sfascia, la realtà è che l'Unione ha un potere incontrollato ed i incontrollabile che sta mostrando pericolose derive. Il motivo per cui gli euroimpiegati strapagati strillano, è la prospettyiva di dissoluzione o ridimensionamento della Eurocasta, un po' come quella dei giudici in un paese di nostra conoscenza. L'Europa della gente c'è, il concetto è buono, ma i politici che la guidano, ancorchè da noi eletti (o meglio a noi imposti), sono da gettare , salvo le solite rare eccezioni, nella spazzatura. Ci vorrebbero 100 EuroCalderoli ed 100 EuroBrunetta per pulire a fondo e far diventare l'Europa un soggetto politico degno di tal nome.
#5 edmondorusso (518) - lettore
il 04.10.09 alle ore 14:28 scrive:
Ho letto per la prima volta il trattato di Lisbona ed ho notato che da parte dei Paesi membri, c'è la possiilità di poter recedere dall'Unione. Dato che a noi l'ingresso ci é stato imposto dalla politica dissoluta di un certo Prodi, vorrei tanto che fosse organizzato un referendum per vedere quanti Italiani siano effettivamente d'accordo a continuare a far parte di questa. Io credo che sia più di un nostro sacrosanto diritto, perchè chi ci ha trascinato nell'Europa si è ben guardato dal chiedere una nostra approvazione, ben sapendo che non l'avrebbe ottenuta. Altro esempio di popolo bue... Sarebbe ora di ribellarci, democraicamente, ma di finirla con questo nostro stato di soccombere sempre. Personalmente sono disponibile a lavorare per questo, a tempo pieno ed anche di più
#4 Marcus242 (428) - lettore
il 04.10.09 alle ore 11:52 scrive:
Era stato detto nelle profezie che il Portogallo non avrebbe perduto la sua fede. Ma il male ha utilizzato un portoghese come sua arma, ponendolo al vertice dell'empia entità chiamata "Unione Europea". Ieri anche la Santa Irlanda è caduta, sfiancata dalle minacce e dalle blandizie. Ormai soltanto due uomini in tutta Europa si oppongono al regno dell'anticristo, i presidenti della Polonia e della Repubblica Ceca. Firmando, essi toglieranno l'ultimo ostacolo al trionfo del male e all'instaurazione dell'inferno in Europa. Cadrà allora la Santa Europa cedendo a chi basa la propria potenza sullo sterminio dei bambini non nati e sulla resa ai maomettani. Allora solo la Potenza Divina di Cristo potrà salvarci opponendosi direttamente a satana.
#3 muff@ (2258) - lettore
il 04.10.09 alle ore 9:59 scrive:
Non sarebbe meglio cancellare questa Europa dei burocrati dove ci sono dentro cani e porci, e ricominciare da un lavoro di unificazione federale su basi più localistiche? Dalle macroregioni per intenderci? Dove venisse considerata positivamente una qualche forma di affinità tra le parti componenti? Dove venisse PRIMA scritto cosa, come e quando e DOPO ci fossero gli irrinunciabili referendum popolari?
#2 miradoc (1005) - lettore
il 04.10.09 alle ore 9:19 scrive:
Mi sembra ovvio il motivo per cui questa volta è sì: l'abbiamo pagato caro in aiuti e favori. Tuttavia, se non si arriva ad una piena integrazione europea, il vecchio continente conterà sempre meno sugli scenari mondiali. Resta fondamentale decidere chi fa parte dell'Europa e dei suoi valori e chi invece vorrebbe che tutti noi ne adottassimo altri. Spero che lo scenario di un continente invecchiato, debole ideologicamente e ininfluente economicamente rimanga tale, per l'appunto un'ipotetico scenario. Ma per realizzarne uno diverso, con l'Europa ancora protagonista, non bastano le manovrine e gli intrallazzi degli attuali euroburocrati o i calcoli tattici di 2 milioni di cittadini.
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