Dolce, salato, aspro e amaro. Poi era arrivato il misterioso umami, che corrisponde alla sensazione di un cibo ricco di proteine, in genere derivante dalla presenza naturale o dall'aggiunta intenzionale, di composti come il Glutammato monosodico. Oggi ai quattro gusti fondamentali tradizionali e al quinto isolato nel 1908 in Giappone e classificato come tale negli anni Ottanta, se ne aggiunge un sesto: il grasso. La scoperta la dobbiamo a scienziati australiani dell'università Deakin di Melbourne, che ssando una serie di esperimenti di assaggio di sapori, hanno concluso che gli esseri umani identificano il sapore del grasso dalla sua composizione chimica, non dalla sua consistenza. Tutte le persone coinvolte nella ricerca, con diversi gradi di sensibilità al gusto del grasso, lo potevano individuare quando questo veniva aggiunto a cibi magri, il che indica che il suo gusto è distinto e caratteristico.
Una scoperta che ha la sua importanza, soprattutto nella cura dell'obesità. È emerso infatti che coloro che hanno un'alta sensibilità al gusto del grasso tendono a mangiarne di meno e di avere indici minori di massa corporea, come spiega il professor Russell Keast, che ha guidato la ricerca. Le persone diventano meno sensibili al grasso quando ne mangiano molto. «Riteniamo che se si mantiene una dieta grassa, ci si adatta e quel livello e si perde la sensibilità. Pensiamo si tratti di un disattamento, legato al moderno ambiente ad alto contenuto di grassi», ha detto Keast.
Il passo successivo sarà quindi produrre alimenti capaci di «ingannare» il nostro palato, che riproducano il sapore del grasso ma con un basso contenuto di grassi. Questo potrebbe dare risultati molto migliori rispetto alla semplice astinenza dal mangiare cibi con il sapore grasso. Limitarsi a cibi magri potrebbe infatti convincere l'organismo di non ricevere ciò di cui necessita e spingere la persona a «sgarrare», tornando alla dieta grassa.
