Per l'occasione lo studio, recensito ampiamente nei giorni scorsi da Giulia Guerri su queste pagine, è stato analizzato in maniera approfondita dagli stessi autori e da Gianni Vernazza e Alfredo Gigliobianco, oltre che da Letizia Radoni, responsabile della sede di Genova dell'istituto di vigilanza, tutti abilmente «provocati» dal moderatore Samuele Cafasso, giornalista del Secolo XIX. In particolare Vernazza ha insistito sul fatto che il libro cerca volutamente di evitare la nostalgia e le riflessioni pessimistiche, per privilegiare invece l'ottimismo, nel senso dell'auspicio ragionato e ragionevole per la ripresa rispetto a chi parla solo in termini di declino della città e della regione. «È importante - ha insistito inoltre Vernazza - avere la consapevolezza della tradizione da non perdere, ma anche creare e mantenere l'orgoglio di appartenenza al territorio ligure. E soprattutto questo, nel libro, c'è». E c'è anche, pagina dopo pagina - come ha sottolineato fra l'altro Tolaini - quello che si può ben considerare un vero e proprio «patrimonio industriale, partendo dall'edificio per cogliere la storia economica e analizzare l'impatto che lo sviluppo industriale ha avuto sul territorio». Ma il volume si caratterizza anche coma una sorta di guida al turismo culturale, grazie anche alla documentazione iconografica (fotografie, cartine, disegni tecnici) lungo un itinerario narrativo che spazia principalmente dalla meccanica pesante, alla siderurgia, alla cantieristica.
Certo, ieri mattina alla presentazione ufficiale del volume, si è un po' persa l'occasione di un dibattito sulle tante sollecitazioni contenute nel testo e negli interventi dei relatori: da parte dei tanti big dell'industria e del terziario presenti in sala - fra cui Edoardo Garrone, Paolo Corradi, Davide Malacalza, Paola Girdinio, Sandro Cepollina, Stefano Bernini, e perch´ no? anche monsignor Luigi Molinari - era lecito attendersi un po' di sale, pepe e peperoncino. Ne ha sparso una piccola porzione (almeno lui ci ha provato) solo Alberto Gagliardi, a proposto della «svendita» di Elsag Bailey, culmine di un declino industriale e produttivo caratterizzato dal passaggio dall'industria «pesante» a quella «pensante». Ma è stato solo un attimo, una voce nel deserto, non raccolta se non da qualche bisbiglio. Eppure, ce ne sarebbero state, di cose da dire e, specialmente, da ricordare per non trovarsi mai più a rimpiangere le occasioni perdute. Anche se, forse, era più politicamente corretto tacere e limitarsi a scambiare gli auguri di Natale.
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