Dice che molti gli hanno suggerito di rispondere con le stesse armi, di aprire armadi e cucire dossier, «ma la risposta è no perch´ contraria al mio ruolo. Non posso ammorbare la città con miasmi e veleni». Ma una considerazione di carattere politica ci sta: «Può la denigrazione rappresentare lo strumento legittimo della lotta politica contro un malcapitato che deve prenderne atto? Se questo reagisce è il caos». Considera il dimettersi adesso un atto di vigliaccheria, «lo farò se verrà dimostrata la mia colpevolezza»; e abiura oggi quelle sue dimissioni da consigliere nel 2005. «Nessuno sfilacciamento della maggioranza come auspicato dai mandanti di questa operazione - conferma - Non posso sapere fino a dove l'attacco possa spingersi. Qualcuno s'è recato presso la sede dei Pii Istituti e ha fatto domande anche sulla mia figlia piccola. Cosa c'è dietro? È una coincidenza che questo affondo sia concomitante con il nuovo progetto del porto?». Tutti a giro esprimono la fiducia e Bernardin, galvanizzato dalla crociata, sbaglia verso e stordisce l'aula col «boia chi molla». Silenzio. Approvazione unanime di un ordine del giorno in cui i consiglieri rinnovano il loro sostegno all'operato del sindaco, ma post-consiglio De Marchi e giunta si dissociano dall'avventato Bernardin: «Sarà ammonito ufficialmente e diffidato dal non utilizzare mai più quest'infelice espressione che, tra l'altro, non rispecchia in alcun modo il suo sentire politico e vissuto personale. Nei prossimi giorni sarà valutata l'opportunità di richiederne le dimissioni». Immediato il mea culpa di Bernardin che presenta pubbliche scuse e si dice pronto ad accettare ogni provvedimento.
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