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venerdì 03 giugno 2005, 00:00

«Io tra i novemila cadaveri affondati a Creta»

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Alessandro Massobrio

«Cefalonia? Certo, ma non c’è stata soltanto Cefalonia». Siamo seduti nella cucina del signor Alessandro Uca, in un caldo pomeriggio di fine maggio. E non siamo soli. Il signor Uca ha convocato una sorta di rimpatriata di reduci dell'ultima guerra. Qualcuno con alle spalle la campagna di Russia, qualche altro quella di Grecia. Senza contare quelle manciate di giorni spese sul confine francese, quando, ad inizio del conflitto, Mussolini pensava con il minimo sforzo di partecipare poi al banchetto dell’alleato tedesco. No, non c’è stata soltanto Cefalonia. Alessandro Uca ha la mente piena di idee e le labbra di parole. Vorrebbe dire e dire ancora, ma l’età - è del venti - gli gioca qualche tiro birbone. Sua moglie, invalida, continua a ripetergli di non divagare, di raccontare soltanto il nocciolo del problema. Ma lui ha fatto troppo digiuno di parole. Ha bussato a tante porte: Costanzo, Sgarbi, Ferrara e tutti gli hanno detto che la guerra, sì, è terribile, ma, come si dice, à la guerre comme à la guerre. Di fatti strazianti ce ne sono stati tanti. Uno più, uno meno…
Però Cefalonia non è stata la sola e non è stata neppure la più terribile. A Cefalonia - ormai lo abbiamo imparato più dalle fiction televisive che dai libri di storia - dopo l’armistizio dell’otto settembre, i tedeschi uccisero quasi 5000 soldati italiani per rappresaglia. Ma che dire quando a morire sarebbero stati addirittura in 9000 e non per mano degli ex alleati tedeschi ma dei nuovi alleati britannici? È il caso di Creta. Un caso quasi volutamente messo in sonno e dimenticato. Un caso rimosso, come se rivangare certe cose facesse a pugni con il politicamente corretto, con determinate regole che la nuova Europa, l’Europa bocciata dal non francese, non può permettersi proprio adesso di ricordare. Certo, erano momenti di gran confusione, quelli. Era il 1943 ed Alessandro Uca, genovese di Certosa, figlio di un antifascista di ferro, uno di quelli che non avevano accettato di salutare romanamente neppure dopo aver assaggiato manganello ed olio di ricino, era approdato a Neapolis, un fertile altopiano a circa trecento metri sul mare, con almeno altri trentamila uomini. C’era l’intera divisone italiana Siena formata da artiglieria, fanteria, carabinieri, camice nere, uomini del genio.
Uca, che era marconista, avvertì subito che la situazione, dopo il proclama di Badoglio, si andava complicando. Intanto, gli aerei - cicogna che volteggiavano instancabilmente nel cielo gettavano sulle truppe volantini propagandistici. L’Italia è risorta, annunciavano. Gettate le armi se non volete passare per ribelli. Correvano voci che persino il generale italiano, nell’universale confusione, avesse preferito separare la propria sorte da quella dei suoi uomini e salire a bordo di un sommergibile, che aveva poi fatto rotta sul Cairo. Che fare? Trentamila uomini abbandonati dai loro ufficiali, in un territorio che d’improvviso diventava nemico, con alle spalle, sulle montagne dense di vegetazione dell’isola, i partigiani greci, pronti a calare come falchi su quanti avessero perso contatto dal grosso. L’armata «sagapò», l’armata dell’amore, come da quelle parti chiamavano l’esercito italiano, depose le armi. I tedeschi, efficienti nonostante la pugnalata, vibrata alle spalle dell’ex alleato, presero tutti prigionieri. Alessandro Uca ed i suoi compagni di sventura furono prima condotti a Candia, la capitale dell’isola, e successivamente a nella baia di Suda, a La Canea Nerocudu.
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