Una squadra. Un popolo di tifosi. Un cuore grande così, vicino alla gente e per la gente. Quello dei tifosi del Genoa, dal secolo scorso, è sempre stato un pensiero nobile, etico, sportivo e non politico. I tempi, però, cambiano.
Eppure a novembre i genoani (insieme ai blucerchiati) si erano mossi generosamente, dando una tangibile lezione di civiltà alla Casta, dimostrando ancora una volta l'ineguagliabile solidarietà per i cittadini colpiti dall'alluvione.
Erano scesi a spalare fango in migliaia, mentre i compagni di Tursi facevano la gara al rimpallo delle responsabilità.
In quei giorni, tra i vari blog dei fan del Grifone, si poteva leggere: «Auto blu, campagne elettorali, spese pubbliche inutili e le solite brutte figure delle istituzioni tutte: ma non si poteva pulire meglio i tombini e i letti dei torrenti con tutti quei soldi? Sono 25 anni che esiste il progetto per mettere in sicurezza Bisagno e Fereggiano».
E poi, appena dieci giorni fa, sulla gradinata Nord erano apparsi gli striscioni: «Un grido di battaglia, morte ad Equitalia». «Nessuna solidarietà ad Equitalia», che aveva subito il pacco bomba al direttore romano di Equitalia. Striscioni inaccettabili, da censurare fortemente, e arrivati anche dopo che, accusano alcuni tifosi online, «tre dipendenti genovesi dell'agenzia di riscossione erano stati rinviati a giudizio e poi assolti per un pignoramento e la vendita di un appartamento di un pensionato, malato d'Alzheimer».
Al di fuori dell'odio e della violenza degli striscioni, va bene stare a fianco della gente, ma forse sarebbe meglio che i tifosi seguissero quello che è divenuto per loro un cavallo di battaglia più che uno slogan «Ultras no politica», che campeggia da tempo nelle gradinate di mezza Italia e si limitassero a ricoprire (come peraltro egregiamente fanno di solito) il loro ruolo di tifosi.
Con un cuore grande così.
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