Alpinisti, una "patente" per bloccare la valanga

La provocazione dopo la serie di incidenti letali: test di idoneità per chi vuole avventurarsi in quota

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Possiamo cavarcela con un garrulo fatalismo, dicendo che quando arriva la nostra ora è inutile prendere tante precauzioni: bisogna solo chiudere gli occhi e rassegnarsi. Com’è questa semplificata visione della vita (e della morte)? Ma sì, è antica come il mondo: «possiamo rimanerci anche cadendo dal marciapiede». Se questa è la filosofia, la prossima volta andiamo tranquilli sull’Aconcagua e sul K2 con i bermudoni da wind-surf e le infradito: tanto, se lì ci aspetta la nostra ora, c’è poco da discutere.

Si dà però il caso che il Creatore non ci abbia messo in condizioni così deprimenti. Ci ha lasciato un margine di libero arbitrio, un giusto margine che ci consente quanto meno di non andarcela a cercare, di non affrettarla, questa fatidica nostra ora. Ed è questo margine tutto nostro che dovremmo smettere di giocarci in modo tanto idiota, come a ritmo sempre più serrato sta succedendo nelle simpatiche discipline del tempo libero. Per il ramo montagna abbiamo ormai una contabilità assurda. Tredici morti negli ultimi quaranta giorni, più la serie dei miracolati che per puro caso - perché non era la loro ora, direbbe il fatalista - non sono entrati nella casella delle croci.

Davvero dobbiamo limitarci a contrastare il lugubre fenomeno adottando il solo pallottoliere? Non è il caso. Non è possibile. Se ci sembra doveroso mettere un freno alla follia del sabato sera lungo le nostre strade, bisognerà prima o poi convincerci a porre qualche limite anche alla febbre dell’altitudine, lungo i sentieri delle grandi vette. La montagna è già abbastanza infingarda e sadica di suo, come dimostra ciclicamente la prematura scomparsa anche di alpinisti professionali, perché si debba andare incontro ai suoi trappoloni in questi modi tragicamente fantozziani. Ormai la mania modaiola dell’avventura e dell’aria buona, dell’ecologia e della fuga dalla civiltà impazzita, sta portando in altura un’umanità pericolosissima. Soprattutto per sé. Il malinteso senso del fitness e del sano esercizio fisico libera a getto continuo temibili branchi di sprovveduti e di incoscienti, totalmente incapaci di prepararsi fisicamente, di equipaggiarsi a dovere, di studiare i propri limiti e di calcolare adeguatamente i rischi. Sono i signori delle cime di rapa. Al termine delle loro imprese, tocca sempre andarli a recuperare. Da qualche parte, in qualche modo.

Un fatto ormai è evidente: sperare nella serietà dei praticanti, degli scalatori naïf e fai-da-te, è totalmente inutile. C’è di mezzo l’orgoglio, c’è di mezzo la sindrome di Rambo: questa brava gente sarebbe - è - capace di affrontare bufere e tormente armata di solo sacco a pelo, per dimostrare quant’è tenace e rocciosa. Niente, non ci si può contare. è ora di pensare a qualcosa di più. A qualcosa che li difenda da se stessi. E che difenda pure i soccorritori: ogni volta che il cielo si rannuvola, queste povere creature devono affrontare rischi dannati per andarli a riprendere, vivi o morti.

Cosa inventarci? Non dobbiamo impazzire con la fantasia: dev’essere qualcosa che somigli molto a un esame, cui segua adeguata patente. Non è facile da ideare, ma bisogna inventarla: anche questa sta diventando un’emergenza nazionale. Una delle tante.

Grosso modo, può funzionare così. Si prende il candidato Messner e gli si parla chiaro: amico mio, tu vuoi domare le vette, molto bene, dimmi però come e quando. Il candidato deve fare quattro studi di meteo, di equipaggiamento, di soccorso e di sopravvivenza. Più un adeguato periodo di allenamento fisico: adeguato all’impresa che vuole firmare. Chi giudica? Il Cai può dare una risposta. Come i maestri di sci insegnano a sciare e consigliano lo sciatore pivello su quali materiali, quali piste, quali esercizi adottare, così i maestri di scalata addestrano severamente i futuri arrampicatori, cercando innanzitutto di placare i loro bollori e di insegnare quella nobile virtù umana chiamata nei modi più vari: responsabilità, buonsenso, prudenza.

È fin troppo chiaro che la patente delle cime non azzera la possibilità di morire in montagna. Quella resta legata alla natura stessa della sfida e dell’avversario, come resta apertissima l’eventualità di spiaccicarsi correndo in Formula Uno o buttandosi giù in bicicletta a cento all’ora dai tornanti del Mortirolo. Ma un conto è mandarci gente adeguatamente preparata, che mette in conto anche la sinistra variabile della fatalità. Persino dell’errore. Un altro è mandare in alta montagna questa nuova generazione di incoscienti, di impiastri, di esaltati, sospinti soltanto da una malsana poetica dell’avventura. Ormai è evidente: se non li ferma qualcuno, li ferma la montagna. Che è molto più astuta di loro.

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COMMENTI

14 commenti su 1   2  3   pagine dal più vecchio | dal più recente
#9 gug (3) - lettore
il 20.01.09 alle ore 17:11 scrive:
In ogni caso sentire questi commenti fa veramente cadere le braccia, perchè fa capire quanto in Italia la cultura della montagna sia poco diffusa, anche se il nostro è un paese di grandi tradizioni alpinistiche. Concludo dicendo che, anche se non sono nessuno e posso essere classificato fra gli "alpinisti della Domenica" sono un istruttore CAI, con molti anni di esperienza su vie alpinistiche, soprattutto su roccia. Durante la settimana, anche se mi alleno, effettivamente non vivo di alpinismo come la stragrande maggioranza degli appassionati, eppure penso che molti di quelli nella mia situazione sono alpinisti forti e preparati, e addirittura alcuni di essi sono racchiusi in un Club (Club Alpino Accademico Italiano) che accetta fra i suoi membri solo alpinisti non professionisti di grandi capacità. Dovremmo concludere che tutta questa gente non dovrebbe andare in montagna? Guglielmo Magri
#8 gug (3) - lettore
il 20.01.09 alle ore 17:02 scrive:
Detto ciò l'idea del patentino non ha senso perchè dove esso esiste è per due motivi principali. - Garantire che quando si porta un mezzo che può recar danno a cose e persone si sia in grado di farlo (auto, aerei, imbarcazioni). - Provare la propria esperienza nelle attività in cui un terzo deve prestare la propria opera perchè possano essere effettuate (paracadutismo, sub..). L'alpinismo non rientra in nessuno di questi due punti, e al contrario fin dalla sua nascita è caratterizzato dalla più assoluta libertà, dato che deriva dalla libertà individuale di muoversi e effettuare attività, anche rischiose, se queste non causano danno ad altri o non coinvolgono terzi: una cordata alpinistica o un solitario non hanno bisogno di nessuno che dia loro supporto (anzi tutta l'evoluzione dell'alpinismo va verso la riduzione continua di attrezzatura e supporti) e non reca danno a nessun altro. Per questo l'introduzione di un patentino è inutile e anche ingiusta. Infine c'è un'altra considerazione: gli uomini del soccorso in Italia sono volontari non retribuiti e alpinisti essi stessi e quindi si tratta di un mutuo soccorso.
#7 gug (3) - lettore
il 20.01.09 alle ore 17:01 scrive:
Chi ha scritto i commenti poco riguardosi sugli alpinisti dispersi sui Sibillini (di cui uno era un esperto istruttore, che è stato fra i miei maestri) e quello deceduto sul Gran Sasso (che conoscevo personalmente) non ha assolutamente idea di cosa sta parlando. Infatti i Sibillini sono, perlomeno d'inverno, montagne molto serie, con grandi innevamenti, elevati dislivelli, terreno mistoche può essere molto insidioso e tempo che può cambiare repentinamente: non per niente Gian Carlo Grassi, probabilmente il miglior alpinista italiano su ghiaccio è morto proprio su una cascata di ghiaccio sui Sibillini. Per ciò che riguarda il Gran Sasso e quel punto particolare, è noto come sia soggetto a tempeste di vento e neve, che rendono impossibile vedere a un metro e persino parlare col compagno al proprio fianco: il vento amplifica gli effetti della temperatura e questo unito alla stanchezza può provocare una tragedia. Purtroppo andare in montagna comporta l'accettazione di rischi oggettivi che possono a volte risultare fatali e nessun patentino potrebbe impedirlo: lo dimostra il fatto che sul Tacul questa estate sono morte delle guide alpine, che Unterkircher era un alpinista di punta alle prese con un problema alpinsitico di grande portate e che se ci fosse davvero un patentino uno dei due bloccati sul Bove non solo lo avrebbe avuto, ma sarebbe fra quelli che lo rilasciano (è un istruttore membro da anni della Scuola del CAI del Centro Italia). Ciò che invece va prevenuto sono gli incidenti dovuti a escursionisti poco esperti che si avventurano non tanto su vie alpinistiche, quanto su semplici pendii o sentieri esposti.
#6 PAOLO2 (148) - lettore
il 20.01.09 alle ore 13:58 scrive:
Sarebbe una patente quasi inutile, cosa serve sapere quali attrezzature utillizzare etc.etc.se non hai la capacità di capire quando è il momento di fermarsi? Occorrerebbe la patente del buon senso ma quella nessuno te la può dare. O ce l'hai o non servirebbe neppure essere un esperto alpinista o guida. Basti pensare che quando vediamo in TV le immagini delle grandi scalate sulle vette dell'altipiano del Pamir, nessuno fa caso al fatto che vengono effettuate d'estate con le migliori condizioni possibili e che per preparare una scalata occorrono mesi e mesi di preparazione, di allenamento, di affiatamento che coinvolgono tutti i componenti della spedizione. Da noi si fanno d'inverno, con neve, per emulare quelle grandi scalate, si concorda con amici, guide, esperti di montagna il giorno della salita, si mette assieme tutta l'attrezzatura, si sceglie la migliore e si parte. Vogliamo invece che chiunque voglia intraprendere una scalata od una escursione particolarmente impegnativa debba essere autorizzato dal Soccorso Alpino e che questo possa valutare la concessione in base al percorso scelto, alle situazioni meteorologiche, all'attrezzatura etc.? Se si vuole una patente occorre che parta da zero punti ed in base all'esperienza maturata acquisisca, di volta, il soccorso Alpino ne aumenti il punteggio.
#5 Mario Leone (2309) - lettore
il 20.01.09 alle ore 12:23 scrive:
Il piacere si paga. Se si vuole andare fuori pista o si è soggetti a rapimento in certe zone, allora si paghi. In italia, non si dimentichi mai, c'è gente italiana che dopo una vita di lavoro vivacchia male con una misera pensioncina. Si pensi ad un'assicurazione, ma si faccia qualcosa. Pantalone è stufo.
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