Anlaids, l'87% degli aiuti va ai fioristi

Dalla vendita dei bonsai ricavati 2,3 milioni. La onlus "Amore dei bambini" ha sottratto milioni di euro: si sono pagati mega ville, feste e auto. Nelle intercettazioni (leggi): "Buone notizie, un caso disperato"

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Il Progetto Bonsai è il fiore all’occhiello dell’Anlaids, l’Associazione nazionale per la lotta contro l’Aids. Si svolge dal 1993 il venerdì, sabato e domenica di Pasqua: le piazze di tutta Italia, nelle grandi città e nei piccoli paesi affollati di turisti in quel weekend festivo, come pure i piazzali di ospedali e centri commerciali, si riempiono di volontari e tavolinetti per distribuire gli alberelli nani ornati dal fiocchetto rosso. In cambio è chiesta un’offerta.

È la manifestazione che consente la sopravvivenza dell’Onlus: nell’edizione 2008 ha fruttato 2.366.009,47 euro, che rappresentano l’84 per cento dei proventi dell’organizzazione. Il resto affluisce da altri contributi liberi e finanziamenti legati agli specifici progetti. Con questi denari, spiega l’Anlaids, è possibile attuare gli scopi statutari: borse di studio, premi scientifici, progetti di ricerca, momenti di formazione, campagne informative, mantenimento di case alloggio, cooperazione allo sviluppo dei Paesi in via di sviluppo flagellati dalla peste del 2000.

Eppure il Progetto Bonsai è un affare più per i vivaisti che per i ricercatori. Per raccogliere quei due milioni e 300mila euro, se ne spendono la bellezza di due milioni per acquistare, trasportare e distribuire i bonsai. Significa che per ogni euro donato ai banchetti pasquali dell’Anlaids, 87 centesimi finiscono nelle tasche dei coltivatori. Soltanto una minima parte di quella gara di generosità rimane nelle casse dell’associazione, e un rivolo ancora minore riesce ad alimentare la vera lotta contro l’Aids, perché quelle di approvvigionamento non sono le uniche spese da sostenere: la struttura organizzativa assorbe 168mila euro.

Così, alle attività istituzionali dell’Anlaids restano poco più che le briciole: 75mila euro per borse di studio, 64mila per l’informazione, 57mila per la giornata del 1° dicembre (che ne frutta 126mila), 48mila per le case alloggio, 43mila per progetti di ricerca, 32mila per il progetto scuole, 22mila per dottorati di ricerca e cifre minori per progetti di cooperazione internazionale oltre ad «altri costi» non meglio precisati dal bilancio 2008, enormemente saliti rispetto ai 562mila euro del 2007. In definitiva, meno del 20 per cento dei denari spesi dall’Anlaids è destinato agli scopi per cui quei soldi vengono raccolti.

L’associazione ha anche risparmiato qualcosina, realizzando un avanzo di gestione di 81.251 euro. E detiene una notevole liquidità: 306mila euro sono depositati in banca o alle poste mentre 50mila sono investiti in Bot. La situazione patrimoniale segnala anche la presenza di debiti per 215mila euro, ma non è dato sapere di che cosa si tratti: a differenza di altre grandi Onlus, sul sito internet non sono pubblicate le note integrative al bilancio (e anche i conti del 2008 sono apparsi soltanto dopo la segnalazione de il Giornale), mentre l’ultimo bilancio patrimoniale a disposizione dei donatori è quello del 2005.

Quello dell’Anlaids appare un caso limite. Le principali Onlus italiane presentano rapporti tra ricavi e relative spese molto minori anche se assai diversi tra loro. Telefono Azzurro dichiara proventi per sette milioni e mezzo, di cui spende il 22 per cento nella raccolta fondi e il 60 nel personale, in gran parte impegnato nei centri di ascolto. All’Airc (associazione per la ricerca sul cancro) si scende al 18 per cento. Inferiore l’indice di efficienza registrato da Telethon, la maratona televisiva che rastrella denaro per combattere la distrofia muscolare e altre malattie genetiche: secondo il rendiconto 2008, per incassare oltre 33 milioni e mezzo di euro ne sono stati spesi quasi sei, con un indice di efficienza del 17 per cento cui si aggiungono i costi di supporto generale.

Ancora migliore è la «performance» di Actionaid: 15,5 per cento, con 34 milioni spesi in programmi di cooperazione su quasi 44 raccolti soprattutto con le adozioni a distanza. L’associazione si mostra particolarmente oculata nella gestione finanziaria: 2.899.000 euro investiti in operazione pronti contro termine (alta liquidità a rischio nullo, spiegano gli amministratori), 1.200.000 in certificati di deposito della Bpm, 1.046.000 in conti correnti bancari e postali, 499.000 in quote di un fondo di investimento della Banca popolare etica.

Gli ambientalisti di Greenpeace spendono il 32 per cento del loro bilancio nella raccolta fondi e il 21,6 nella struttura, destinando all’attività istituzionale attorno al 45 per cento. Il «fundraising» garantisce a Emergency, l’ente fondato da Gino Strada che gestisce ospedali in zone di guerra, entrate per 22 milioni di euro con i quali amministrare macchinari e strutture sanitarie, acquistare medicinali e protesi, pagare il personale: difficile catalogare con precisione gli indici di efficienza.

Non si può dire che sia irregolare il modo di operare dell’Anlaids, il cui fondatore e presidente onorario è il professor Fernando Aiuti (nella foto tonda qui sopra) e la cui presidente Fiore Crespi siede nella Commissione nazionale Aids guidata dal viceministro Ferruccio Fazio. Per le Onlus non è sancito l’obbligo di pubblicare il bilancio per dare conto agli italiani di come sono stati impiegati i fondi raccolti. E non è nemmeno fissata la percentuale delle sottoscrizioni da destinare ai bisognosi: si può andare dal 78,5 di Telethon al 20 dell’Anlaids. Le linee guida che l'Agenzia per le Onlus introdurrà in ottobre fissano un minimo del 70 per cento. Per ora, nessuno può alzare un dito se un ente di utilità sociale raccoglie 100 e trattiene 80. Gli unici che possono intervenire sono i donatori. Chiudendo i rubinetti.

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COMMENTI

44 commenti su 1  2   3  4  5  6  7  8  9   pagine dal più vecchio | dal più recente
#34 ANTONINO MAROTTA (550) - lettore
il 14.08.09 alle ore 15:43 scrive:
I bisognosi, sia essi sfortunati ovvero vittime di illeciti ed illegalità, più che di beneficienza ,avrebbero bisogno di diritti; diritti che spesso vengono negati. Ed acco che a coprire questo spazio arriva la beneficienza ammantata di moralismo che diventa un buisinnes per chi la fa e la gestisce.E come tutte le iniziative morali,la beneficienza trascina con sè una forte componente di ipocrisia.Il primo moralista è lo stato che distribuisce finanziamenti a pioggia gestiti dalla politica con lo scopo di aumentare il potere dei partiti e dei singoli esponenti che raccolgono consenso proporzionalmente al denaro che riescono a distribuire,poi ci sono i privati con le loro iniziative spiegate in questo articolo. Se lo stato si limitasse a dettare le regole, e, quindi i diritti,senza intervenire direttamente,questi problemi non ci sarebbero e non ci sarebbe bisogno di beneficienza, vera manna per questi campioni della solidarietà,che aiutano a mettere la mano sulla coscienza sporca
#33 Sylvia Mayer (8996) - lettore
il 14.08.09 alle ore 13:19 scrive:
Ma dai, cosa dici amico *#29 Wolf *. La colpa e' evidentemente del liberalismo, mica dei disonesti favoriti dallo Stato che non prevede alcun controllo su di loro, e di tutti quegli ingenui (peraltro brave persone) che si lasciano abbindolare dandosi attivamente da fare per una buona causa o sborsando quattrini che finiscono regolarmente nelle tasche dei vari furbetti.Salvo le dovute eccezioni(ma quali?Mi piacerebbe saperlo.Le cito solo per non generalizzare),in Italia(e non solo in Italia)quasi tutte le organizzazioni "benefiche" agiscono cosi'.Protette dall'immunita' istituzionalizzata.Protette dal nessun controllo,dalla nessuna chiarezza obbligata.Molte di esse vengono anche ulteriormente omaggiate da altro genere di aiuti pubblici.E'tutto un grande business mascherato dietro le immancabili buone intenzioni,l'intervento umanitario(Onu etc.),l'interesse dei lavoratori (sindacati)etc..Ben vengano inchieste come queste,chissa' che la gente e lo Stato non si sveglino finalmente.
#32 ilpassatore (520) - lettore
il 14.08.09 alle ore 12:30 scrive:
Ho notato che c´e´ un commento , se cosi´lo si puo´ definire, scritto da un pesce rosso di allevamento, quindi insipido e inquadrato, che evidentemente e´riuscito ad uscire per un attimo dal fango rosso in cui vive e pretende di dare lezioni di morale, ma senza aver ,tipicamente, capito nulla di cio´che stiamo discudendo. Beata ignoranza.
#31 euripide (35) - lettore
il 14.08.09 alle ore 12:07 scrive:
Perbacco! che manager!!! Allo scopo DEVE andare NON MENO del 70% del danaro raccolto- Altrimenti vi è o incapacità gestionale oppure vi sono sprechi- Se gestissero con la stessa imperizia e sprechi una azienda che deve pagare anche le varie tasse fallirebbero in trenta giorni- E sia chiaro, questo non è populisno alla Di Pietro o gossip sulle attivtà sessuali di Berlusconi: QUESTO VERO GIORNALISMO
#30 ORLANDO MELIS (94) - lettore
il 14.08.09 alle ore 11:55 scrive:
Caro Burlamacco, non è la modalità con cui sono gestite queste vicende, é che tutti abbiamo perso la nostra dignità, preferiamo fare gli accattoni che produrre vera ricchezza che potrebbe essere destinata ai bisogni reali della popolazione. Basta con tutte queste manifestazioni di falsa solidarietà, anche perchè all'interno di certe organizzazioni trovano asilo frequentamente autentici mascalzoni
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