La logica è quella di sfoltire la rappresentanza politica dalle piccole città fino alle grandi metropoli: i comuni con più di un milione di abitanti potranno avere al massimo 45 consiglieri comunali e non più 60; quelli da 500mila abitanti, 40 consiglieri comunali e non più 50 e così via fino ad arrivare ai microcentri che potranno avere i propri parlamentini composti da 8 membri e non oltre. Identico discorso per le province: quelle con più di 1 milione e 400mila abitanti avranno al massimo 36 consiglieri; quelle dai 700mila abitanti al massimo 30 consiglieri e così via; fino ad arrivare alle 38 province con meno di 300mila abitanti che non potranno superare la cifra di 20 consiglieri. E le giunte? Stesso trattamento: oggi gli assessori comunali sono 35.254, domani saranno 20.711; oggi gli assessori provinciali sono 858, domani saranno 638.
«Si tratta di un altro importante risultato ottenuto in tempi brevissimi da questo governo, che alle chiacchiere preferisce i fatti», commentava Calderoli. Una cura dimagrante per il mammuth dell’amministrazione statale che ha come effetto immediato quello di raggranellare un po’ di risorse. Difficile fare i calcoli precisi ma, sempre Calderoli, valutava un risparmio di circa 150 milioni di euro, solo per il capitolo comunale. Una spesa che normalmente si aggira attorno ai 600 milioni di euro. E le comunità montane? «Cesseranno di esistere a livello dell’ordinamento statale e passeranno, come deciso dalla Corte costituzionale, sotto le Regioni. Le Regioni se vorranno farle esistere dovranno fare una loro legge, rispondere rispetto ai loro elettori e pagarsele».
Altolà agli sprechi, insomma, anche perché, spiegava il ministro, «c’è la necessità di garantire sempre la rappresentatività democratica ma in questo senso mi pare si sia ecceduto. Faccio l’esempio di un piccolo comune della provincia di Lecco con 32 abitanti di cui 25 votanti: per le attuali regole avrebbe 12 consiglieri e 5 assessori».
Mentre i due responsabili degli enti locali del Pdl Giovanni Collino e Mario Valducci brindavano («Gli elettori ci hanno dato il mandato per cambiare l’Italia e la riforma degli enti locali è parte fondamentale di questo disegno»), c’era già chi arricciava il naso. «Un semplice restyling», bocciavano il testo la Conferenza delle Regioni, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani e l’Unione delle Province d’Italia.
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