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domenica 19 marzo 2006, 00:00

Ascesa dell’uomo senza qualità

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Quando apre bocca, Romano Prodi fa venire il latte alle ginocchia. Il latte è una prima indicazione. Quando si indigna, muggisce: «Gr-ra-vi-ss-si-mo». Quando tace, rumina la parola che non gli viene. Il soprannome è Mortadella. Tutto in lui spira, ispira e respira, casearia e arte norcina, zootecnia e ruralità. Parla il sangue, che non mente.
Il Liber Focorum del distretto di Reggio Emilia annota già nel 1315 un Petrus de Gadaprodagis che farebbe pensare al cognome Prodi e alla località tuttora chiamata Ca’ de Prodi. Ma l’avo certo, il capostipite riconosciuto della futura mortadella, è Tognino de Prodi, vissuto tra il XV e il XVI secolo.
Quale che sia la reale antichità della prosàpia, il cognome intero era Prodi di Montebabbio e l’attività prevalente l’allevamento. Poiché la vacca tipica della zona è la Fromentina, detta così per il color biondo frumento del mantello, si possono immaginare gli avoli del leader unionista con le mani occupate nell’atto di mungerla. Paradossalmente, invece, nel blasone di famiglia è disegnata un mano che tiene alta una spada. Lieve forzatura della realtà e segno del buonumore che scorre nelle vene dei Prodi.
Queste fin qui ignorate notizie sulle origini sono contenute nel libro di Giovanni Pio Palazzi, Le radici dei Prodi, ricostruzione dell’albero genealogico fino alla nascita di Romano. Genesi e scopo dell’operetta sono ignoti. L’aria è di un saggio-omaggio universitario che, per la particolare importanza, ha avuto l’onore della pubblicazione. Il colophon indica solo la data di stampa, 1977, e il nome dello stampatore, La Nuova Tipolito. Manca ogni accenno al finanziatore. Il libricino è corredato da vari disegni di Nani Tedeschi, concentrati sui genitori di Romano: il papà in divisa militare, la mamma seduta su una sedia di vimini e così via. Chi scrive l’ha consultato alla Biblioteca Nazionale di Roma. Altre copie saranno certo disponibili, per questa e le prossime generazioni, nelle maggiori biblioteche d’Italia. Anche così, si alimenta una leggenda.
I Prodi nostri coevi, discesi per li rami da Tognino, sono originari di Scandiano, grosso comune della provincia di Reggio Emilia, il capoluogo dove poi si trasferirono. Papà Mario era ingegnere dell’amministrazione provinciale, unico laureato di un folto ceppo contadino. Enrichetta Franzoni, la mamma, fu protagonista di un’edificante iniziativa. Quando nel 1958 la legge Merlin abolì le case di tolleranza, si prese cura delle prostitute disoccupate. Creò a Reggio una scuola di taglio e cucito, cercando di avviarle a un nuovo lavoro. Tra molti grattacapi, vuoi perché le ragazze erano indocili, vuoi perché le commesse mancavano, l’atelier durò 20 anni.
Mario ed Enrichetta hanno messo al mondo nove rampolli, due femmine e sette maschi. Romano, classe 1939, è il penultimo. Il nome, come pure quello di Vittorio, il fratello che lo precede, risentono dell’epoca: sono gli stessi che il Duce aveva imposto ai figli. I maschi hanno tutti la laurea e cinque sono docenti universitari. Il più giovane, Franco, nato nel 1941, è uno specialista della grandine. Uno solo è morto, il più intelligente e profondo, Giorgio (1928-1987). Era oncologo e, fatalità, lo ha ucciso il cancro.
Nel 1965, i fratelli maggiori acquistarono il «Castello di Bebbio» sulle colline a sud-ovest di Reggio. Un rudere con due torri simili a silos che, una volta restaurato, è diventato il punto di incontro di tutti i Prodi. Il Castello di Bebbio, il cui nome evoca il predicato familiare di Montebabbio, ha 50 letti sempre pronti. Non abbastanza per l’intera dinastia che, tra fratelli superstiti, mogli, figli e nipoti, comprende oggi 101 persone. Tutti suonano violini, flauti e viole, con l’eccezione di Romano, stonato dalla nascita.
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