martedì 09 febbraio 2010
 
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sabato 16 giugno 2007, 07:00

Avati: «Dio mi ha salvato dai salotti»

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In Italia per essere considerati registi cattolici bisogna farsi presentare da Umberto Galimberti, firmare appelli con Margherita Hack, partecipare a conferenze con Massimo Cacciari. Ma questo ancora non basta: bisogna girare film in cui si ripudia il Vangelo, si attaccano i preti e si mettono in bocca a un simil-Cristo le parole di un circa-Rousseau, negando l’esistenza del peccato originale e invitando gli uomini a salvarsi da soli, con i propri mezzi, perché la Chiesa non si deve impicciare e anche Dio è meglio che se ne stia alla larga. Bisogna quindi essere autori di Centochiodi e chiamarsi Ermanno Olmi. Se invece si va a messa tutti i giorni e non ci si affretta a smentire una religiosità papista, se non addirittura ratzingeriana, non si viene considerati registi cattolici bensì, orrore, registi di destra, e perciò meritevoli di essere tagliati fuori dal giro dei premi, delle sovvenzioni e dei convegni. In quest’ultimo caso ci si chiama ovviamente Pupi Avati. Per un lettore del Vangelo non ci sono motivi di sorpresa, è stato lo stesso Gesù a porre sull’avviso i suoi discepoli: «E sarete odiati da tutti a causa del mio nome». Meno male che il regista bolognese ha saputo fare di necessità virtù, fondando col fratello Antonio una società di produzione grazie alla quale, rischiando soldi propri e non del contribuente, gira quattro film nello stesso tempo in cui Nanni Moretti scrive mezza sceneggiatura. Eppure la questione va toccata.
Non ha mai pensato di mimetizzare la sua appartenenza religiosa, possibile causa di ostacoli?
«Al contrario. Io certi problemi me li sono andati a cercare, ho capito che l’isolamento mi era necessario per difendere la mia identità. Quando sono arrivato a Roma, nei primi anni Settanta, cominciai a frequentare il salotto di Laura Betti: c’erano Moravia, Pasolini, Bernardo Bertolucci... Era un contesto affascinante e rischiavo di venire assorbito».
Di venire omologato, per usare un’espressione proprio di Pasolini.
«Sì, omologato, adeguato. Ma per fortuna me ne accorsi in tempo. Uscii da quel mondo dichiarando, un paio di sere di seguito, di essere cattolico praticante e di votare Democrazia cristiana. Lo feci apposta, in modo provocatorio, ero consapevole delle conseguenze».
C’era il rischio della disoccupazione.
«Ero già disoccupato da quattro anni. Ma per fortuna, sempre grazie a Laura Betti, che era una specie di crocerossina e mi aiutò a trovare il produttore, realizzai il mio primo successo, La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone. Protagonista Ugo Tognazzi».
Il titolo fa venire in mente le commedie scollacciate degli anni Settanta, come Quel gran pezzo dell’Ubalda. Ovviamente l’argomento era diverso, ma è anche vero che i suoi film non sono mai immediatamente riconoscibili come film religiosi.
«Sì, io non faccio film espliciti, biblici, come la Lux di Bernabei, eppure il mio eroe è il povero di spirito così come viene definito da Cristo nelle Beatitudini. Nick Novecento, uno che non fingeva di essere un ingenuo ma che ingenuo lo era davvero, ha incarnato perfettamente questo modello. Nei miei film racconto la vita del perdente, dell’essere umano che vorrebbe essere felice ma non ce la fa, e che per questo merita la massima attenzione».
Va a messa abitualmente?
«Vado a messa tutte le sere nella nostra parrocchia di San Giacomo, in via del Corso, qui a Roma, e occupo la stessa panca che occupava mia madre».
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