Troppo rischioso dar fuoco alle polveri e rinnovare le accuse al «monarca» Berlusconi, specie nel giorno in cui il Cavaliere smentiva di aver mai detto che «Fini è un traditore». Non abbocca alla provocazione quando gli chiedono se le dimissioni di Bocchino siano la prova che non esiste la possibilità di esprimere il proprio pensiero nel partito. Risposta gommosa: «Ieri (giovedì, ndr) Bocchino ha potuto esprimere la sua posizione. Attenzione a non far credere che ci sia una dittatura o che stiamo per entrare in una dittatura. Questo non è vero. Quando c’è una dittatura non c’è alcuna possibilità di esprimere le proprie idee». Moderato. Troppo moderato? No, perché «la mia - prosegue il presidente della Camera - non è apologia della moderazione ma l’invito a non avvelenare di più le coscienze e a non seminare l’odio, e a non indurre chi non ha tutti gli elementi a dar vita a una stagione che l’Italia ha già vissuto». Chiaro riferimento agli anni di piombo e sconfessione del «partito che ne colpisce uno per educarne cento» evocato da Bocchino. Il quale ha poi rincarato la dose: «Ora la maggioranza dovrà convincerci voto per voto». Frase ostile che sa di opposizione e che ha incendiato gli animi nel Pdl.
In terra padana, dove è meglio giurare che «io non ce l’ho con la Lega», Fini interviene anche sul capitolo intercettazioni, nodo su cui molti temono la rappresaglia della minoranza pidiellina. Vista l’atmosfera, qualcuno paventa che i finiani potrebbero mettersi di traverso e fare da sponda alle critiche dell’opposizione, di certa stampa e certa magistratura. Anche su questo fronte, però, meglio la cautela: «È buona regola - spiega Fini - non giudicare fino a quando non si è scritta l’ultima virgola. Nell’iter parlamentare, ancora non terminato, alcune critiche espresse non hanno più motivo di esistere. Il testo uscito dalla Camera - continua - è stato modificato in Senato su aspetti non irrilevanti in relazione a critiche espresse dall’Anm. Aspettiamo che il testo esca dal Senato». Di certo, Fini ammette che «non è giusto leggere sui giornali ciò che due persone si dicono al telefono e magari non sono nemmeno indagate. Non c’entra nulla con il diritto-dovere della magistratura di appurare i reati e con il diritto all’informazione».
Già, l’informazione. «La penna e il microfono sono come una spada - avverte Fini -. Possono difendere l’inerme dall’arroganza del potere e possono, al contempo, aggredire il cittadino inerme». Il giornalista è «tendenzialmente un anarchico sregolato che va in contrasto con le gabbie della deontologia. Ma ciò che conta davvero non è il richiamo alla deontologia o a eventuali sanzioni dell’ordine, sul quale bisogna aprire un dibattito se tenerlo in vita, ma fare affidamento al buon gusto del giornalista».
Sulla legge elettorale, invece, si apre un altro distinguo in seno alla maggioranza. Se per Fini infatti «quello del collegio rimane il metodo più utile in termini di rapporto tra elettori e territorio», per Fabrizio Cicchitto: «La legge elettorale vigente ha dimostrato di avere più pregi che difetti».
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