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lunedì 21 maggio 2007, 09:03

Bukovsky: "Prodi un uomo del Kgb? Non mi stupirei"


Intervista all'intellettuale anti-Putin: "Non ho le prove ma molti fuoriusciti dei servizi lo dicono in privato anche se temono di parlare in pubblico. Lag guerra fredda? Non è mai finita"

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Era un grande amico di Litvinenko che gli raccontò la storia del generale Trofimov secondo cui Romano Prodi era sempre stato considerato in Russia «il nostro uomo» e difende a spada tratta Mario Scaramella dicendosi pronto a testimoniare insieme all'eurodeputato britannico Gerald Batten. Inoltre definisce l'intervista che gli fece La Repubblica come una sconcertante e abituale manipolazione costruita allo scopo di far apparire attraverso parole che lui non ha mai pronunciato il consulente parlamentare un pazzo e un miserabile e la Commissione Mitrokhin un ricettacolo di losche trame ordite da malati di mente. Racconta di aver rabbiosamente smentito l'intervista, ma di non aver mai visto pubblicata la sua lettera.
Vladimir Bukovsky - diversamente da Oleg Gordievsky, lo stesso Litvinenko ed altri esuli russi - non può tuttavia essere liquidato come d'abitudine dalle sinistre come una sudicia spia implicata in torbidi disegni. Vladimir Bukovsky è uno dei più grandi intellettuali del mondo occidentale per il quale il mondo occidentale combatté con il comunismo, riuscendo a farlo liberare dal Gulag e dagli ospedali psichiatrici dove ha trascorso quasi 12 anni della sua vita, in cambio della libertà di Luis Corvalan, segretario del partito comunista cileno. Oggi vive a Cambridge nel Regno Unito, insegna e scrive libri bellissimi e famosi come Il vento va e poi ritorna e il romanzo Il convoglio d'oro.
Bukovsky commenta: «La differenza fra me e il cileno Corvalan è che oggi Corvalan può vivere libero in Cile, mentre io non posso tornare in Russia nemmeno come turista». Questa intervista è stata raccolta a Roma il 15 maggio durante la presentazione di Eurss, Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, edizioni Spirali, scritto con Pavel Stroilov. Bukovsky parla dell'Italia come punta avanzata della penetrazione sovietica, di Mario Scaramella come di un suo amico, di Alexander Litvinenko come di un limpido patriota, della sua intervista a La Repubblica come di una manipolazione e parla di Romano Prodi, sul cui conto non ha documenti, ma soltanto idee chiare.
Secondo Vladimir Bukovsky la guerra fredda non è mai finita e meno che mai l'ha vinta l'Occidente, mentre nell'indifferenza generale la Russia è diventata il convitato di pietra dell'Unione Europea.
Ma in Eurss non è esposto tanto il Bukovsky-pensiero quanto una esposizione devastante di verbali, selezionata fra i centomila che Pavel Stroilov ha sfilato come un pirata dai computer di Stato in Russia per portarli in Gran Bretagna. Da questi verbali la sinistra socialista europea, più di quella comunista, da Willy Brandt a François Mitterrand, esce con le ossa rotte: una congrega di collaborazionisti che ha speso tutte le sue energie dal 1986 per dare la nascente Unione Europea in pasto alla fallita ma voracissima Unione Sovietica.
Il comunismo come ideologia non c'entra. C'entra invece la Russia con un progetto egemonico sull'Europa che fu per decenni inseguito con la pianificazione di una guerra che avrebbe dovuto permettere l'unificazione a mano armata, e che a partire da Gorbaciov procede con la messa in liquidazione del comunismo ideologico e il suo riciclaggio nell'Unione Europea, delle agenzie internazionali, dell'Onu e dei movimenti verdi ed ecologisti.
Il libro Eurss, Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche è dunque la documentata storia di come andarono realmente le cose, mostrando la sinistra europea occidentale, dal segretario del Pci Alessandro Natta (che per primo illustrò a Gorbaciov la necessità di impossessarsi della nascente entità europea) a François Mitterrand e poi a tutti i socialisti europei (escluso ovviamente Bettino Craxi che anche per questa assenza sarà considerato e trattato come un nemico) in pellegrinaggio da Michail Gorbaciov per implorarlo di non lasciar dissolvere l'Urss, di usare se necessario la forza e bloccare con il pugno di ferro gli irrequieti Paesi del patto di Varsavia, per costruire ciò che i russi chiamavano la «Casa comune europea»: una graduale fusione con l'Urss e l'espulsione degli Stati Uniti. Gorbaciov, anche quando ormai l'Urss cadeva in pezzi, seguitava a ricevere una fila di questuanti fra cui il ministro degli Esteri spagnolo Ordonez, il polacco Wojciech Jaruzelsky (autore del colpo di Stato in Polonia nel 1980) e Felipe González che nel 1990 si confessava davanti a Gorbaciov come «intellettualmente disgustato di fronte ad atti del G7 che equiparano i problemi della democrazia a quelli dell'economia di mercato».
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