Mi dispiace. Con voi, cari lettori, ho sempre cercato di essere sincero, abbiamo condiviso gioie, dolori, preoccupazioni, tensioni, persino vicende personali (a proposito: grazie a tutti quelli - tantissimi - che hanno continuato a chiedermi notizie su mia figlia Alice e sulla sua scelta di andare un anno in America). E quindi non posso, arrivati a questo punto, raccontarvi balle: lasciare il Giornale mi spiace. Avrei voluto restarci ancora un po’, un bel po’.
Avevo scelto di venire qui convinto che avrei potuto impostare un lavoro di lunga durata. Così non è stato, così non sarà. Da oggi lascio a Vittorio Feltri l’incarico di direttore che ho assunto l’11 ottobre del 2007 dalle mani di Maurizio Belpietro. Voglio che sappiate che non è dipeso da me. Non avrei voluto. Nella vita, però, ognuno di noi lo sa, ci sono cose che non dipendono dalla nostra volontà, e che bisogna accettare. Di buon grado. Magari cercando di leggere al loro interno tutti i segni possibili di positività.
A me da oggi spettano altri incarichi professionali, in parte nuovi in parte no, comunque avvincenti. A voi spetta un altro direttore, in parte nuovo in parte no, comunque vincente. Dunque, con la stessa sincerità di prima, vi devo dire che, seppur a malincuore, me ne vado comunque grato e soddisfatto: grato per l’esperienza che l’editore mi ha dato la possibilità di fare con assoluta libertà in questi (quasi) due anni, soddisfatto per ciò di cui andrò a occuparmi (le nuove iniziative news di Mediaset e la direzione di Studio Aperto). In più mi conforta pensare che questi (quasi) due anni di lavoro non sono passati invano: il Giornale che lascio è un prodotto editoriale forte, robusto, pronto ad affrontare le sfide di una fase che non sarà certo semplice, partendo da una posizione di vantaggio rispetto ai suoi concorrenti.
Certo la situazione generale dei quotidiani è nota: il crollo della pubblicità, conseguente alla crisi mondiale, appesantisce i bilanci, il mercato dei prodotti «collegati» non tira più come una volta, tutti i giornali devono fare i conti con un futuro che inevitabilmente sarà diverso dal passato, e che quindi chiede radicali cambiamenti. Anche in questo però abbiamo precorso i tempi: il piano di risanamento avviato con l’amministratore delegato Andrea Favari (un grande professionista e un amico che, mi sia consentito, qualsiasi azienda editoriale vorrebbe avere in prima linea) ha dato e darà ancora i suoi frutti. E noto con una certa soddisfazione che i piani annunciati negli ultimi mesi dagli altri editori seguono nelle linee generali (riduzione dell’organico redazionale senza perdere in qualità, prepensionamenti accompagnati da inserimenti di giovani di talento, contenimento del numero delle pagine, contenimento del borderò, riduzione delle tirature «gonfiate», ecc.) quello che noi stiamo già facendo dall’ottobre 2007.
Per quanto riguarda i contenuti vi avevo promesso un giornale capace di recuperare nelle sue radici lo spirito per affrontare i nuovi tempi, e così abbiamo cercato di fare. Abbiamo provato a dare una sferzata di vitalità, uno slancio nuovo che pervadesse tutto il giornale, anche al di là della sezione strettamente politica o del titolone in prima, per darvi un quotidiano vivo e completo, con lo stesso spirito dalla prima all’ultima pagina, dalla cronaca allo sport, passando per l’economia, gli esteri, gli spettacoli e la cultura. Che si denunciasse il filosofo copione Galimberti o si rivelassero gli scandalosi sprechi dell’Università, che si facessero le interviste esclusive dello sport (per esempio quella in cui Moratti ha annunciato l’intenzione di cedere Ibrahimovic) o quelle dello spettacolo (per esempio quella in cui Benigni parlava per la prima volta della sua «religiosità») abbiamo cercato di dare una lettura «da Giornale» a tutta la realtà, convinti di dover parlare a voi lettori di tutti gli aspetti della nostra vita e non solo di quella che scorre dentro i palazzi.
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
pagine
dal più vecchio
|
dal più recente













