Ovvio: la professione ha una sua specificità che affonda le radici nella Costituzione. Ma basta poco per trasformare le garanzie in barriere salvacasta. La retribuzione va su come una funivia, agganciata al cavo dell’età, chi lavora poco se la cava con poco. E chi sbaglia spesso non paga. Nel periodo 1999-2006 su 1004 procedimenti disciplinari ben 812 sono finiti con l’assoluzione e 126 con una condanna ultrasoft, morbidissima, quasi come una carezza: l’ammonimento. Al Csm si è visto di tutto: un pubblico ministero che si era inginocchiato a chiedere l’elemosina a due passi dal tribunale è stato dichiarato incapace di intendere e di volere in quel momento, ma capace, capacissimo di chiedere arresti e di condurre inchieste dal giorno successivo. E dunque è rimasto serenamente al suo posto. Come quei magistrati che sono scivolati nel ridicolo: c’è chi ha concesso a un detenuto il permesso di incontrare il figlio per il compleanno dodici volte l’anno e chi ha fatto ipnotizzare un testimone per ricostruire la scena di un omicidio. Certo, le statistiche non dicono tutto: c’è anche chi si è tolto la toga prima di affrontare un processo a dir poco imbarazzante e dunque non fa numero, ma le sanzioni pesanti o peggio - quello che con terminologia laica si chiama licenziamento - sono merce rara. Rarissima.
Il magistrato, in linea generale, vive in un porto protetto dove le onde della crisi non arrivano. E poi l’esperienza insegna che il giudice, in teoria un tecnico riservato e lontano dai media, spesso e volentieri finisce in vetrina. E da lì si lancia verso altre carriere. Fra le più gettonate, naturalmente, la politica. Molti giudici sono diventati parlamentari o amministratori locali. Poi, altro tratto davvero italiano, dopo aver militato nel Pd o nel Pdl sono comodamente ritornati al punto di partenza. In nome del popolo italiano.
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