Cattocomunismo e politica: equivoco che dura da 50 anni

Da Dossetti ai nostalgici del Muro di Berlino, storia di un Paese che non sa decidere Per loro Gesù era socialista. E oggi pensano che battere Berlusconi porti al paradiso

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A volergli cercare una madre nobile (anche le idee peggiori ce l’hanno), quella del cattocomunismo fu la Sinistra Cristiana, che si batté durante la Resistenza, più in funzione antifascista che filocomunista. Ne facevano parte Felice Balbo, Adriano Ossicini, Claudio Napoleoni, Franco Rodano. Oggi, però, i cattocomunisti evocati dal presidente del Consiglio riconoscono il loro padre nobile in don Giuseppe Dossetti, il prete-politico che rischiò - per la sua apertura a sinistra - di diventare l’alternativa a De Gasperi. Un cattolico di destra come Formigoni, usando un concetto di Paolo VI, lo definisce «l’emblema del complesso di inferiorità del cattolicesimo politico nei confronti del marxismo».

Nei cattocomunisti c’è la convinzione che non si possa fare politica, e tantomeno una buona politica cristiana, senza l’appoggio della sinistra: la quale sarebbe più vicina al messaggio evangelico, se non ai valori cristiani. Si tratta - ancora! - dell’antica convinzione popolare che Gesù era un rivoluzionario socialista, e che la rivoluzione cristiana non si possa fare senza la sinistra.

Più piattamente, il cattocomunismo applicato nacque da un progetto politico di forze fino ad allora contrapposte, ma che avevano bisogno l’una dell’altra per «garantire stabilità al Paese», ovvero per governare a lungo senza possibili alternative. Il cattocomunismo nacque in quel confuso marasma di ideali e necessità, espresso alla perfezione da espressioni politiche contorte e surreali: «convergenze parallele» e «compromesso storico». Concetti e parole partoriti, negli anni Settanta, da Aldo Moro e da Enrico Berlinguer. Parole e concetti tradotti nel più immediato «cattocomunismo», che individuò subito l’avversario principale nei cosiddetti «clericofascisti», i quali erano - più semplicemente - cattolici di destra. (Oggi io preferisco parlare di ghibelliniguelfi e di guelfighibellini, essendo quasi scomparsi - sia a destra sia a sinistra - i veri guelfi, i veri ghibellini, ma questa è un’altra faccenda.) Il bello è che sia i cattolici di destra sia i cattolici di sinistra credono di fare l’interesse della loro fede e della Chiesa. A destra, perché difendono i valori della famiglia tradizionale contro i Dico, la procreazione naturale contro quella assistita, l’obbligo di scegliere la vita contro la libertà di scegliere la morte, eccetera eccetera. Per fortuna (pardon) io non sono né cattolico né osservante, se no mi troverei in grave imbarazzo, essendo per i Dico, la procreazione assistita quando i mezzi naturali non funzionino, la libertà di scrivere un testamento biologico dove lo Stato non metta il naso. E, per fortuna, si può stare a destra e combattere per quelle idee, che non sono solo di sinistra. Ma come fanno, i cattolici, a far convivere l’obbedienza alla Chiesa con l’appartenenza a un gruppo politico che di quelle idee fa una bandiera?

Indifferenti all’insegnamento di una decina di papi, nonché alla scomunica di Pio XII ai marxisti, i cattocomunisti vollero sempre ignorare che il comunismo era, prima di tutto, un’ideologia sostitutiva della religione. E così si ebbero effetti che per un laico possono essere benigni e graditi, come le vittorie nei referendum sul divorzio e sull’aborto. Ma neppure un laico può fare a meno di chiedersi come un cattolico abbia potuto appoggiare quei referendum nel nome di Cristo e di una maggiore giustizia sociale.
Intanto, il cattocomunismo politico/economico provocava danni che stiamo ancora pagando, e chi sa per quanto tempo. Dal 1974 al 1985 le tasse aumentarono paurosamente, soprattutto per costruire quello Stato assistenziale che - per i cattocomunisti - è la versione più attuale del socialismo. Democristiani, socialisti e comunisti aumentarono il debito pubblico a dismisura per migliorare le «prestazioni sociali». In parte ci riuscirono, ma l’aumento della spesa pubblica accrebbe il deficit, il deficit aumentò il prelievo fiscale, che a sua volta diminuì l’iniziativa privata. Risultato, nuova disoccupazione, inflazione, povertà. Alla buonafede dei cattocomunisti si univa proprio quel complesso d’inferiorità di cui accennavamo all’inizio, ovvero la convinzione che soltanto i comunisti avessero gli strumenti per interpretare e migliorare la società e l’economia.

L’incredibile è che neanche il crollo del marxismo internazionale li abbia costretti a un ripensamento. Non ci è riuscito neppure papa Giovanni Paolo II, che nell’enciclica Centesimus annus, 1991, scrisse: «Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese».

Insomma, come si fa a essere cattocomunisti, oggi? Rimangono tali, infatti, anche in assenza di comunismo, che proprio certi cattolici sembrano rimpiangere più degli stessi marxisti. In proposito ha dato una risposta chiara e convincente Raffaele Iannuzzi: oggi la fede e i suoi contenuti culturali sono, per i cattocomunisti, al servizio e alla mercé del dibattito politico; per cui, «se il Regno di Dio non è più una realtà dell’altro mondo, ma è una cosa di questo mondo, allora abbattere Berlusconi è già l’apertura alla salvezza in questo mondo». È il vero motivo per cui, alla fine, non vogliono e non riescono a farsi un grande partito tutto cattolico: non riuscirebbero nell’obiettivo salvifico di espellere il mercante dal tempio. Anche il catechismo ne ha fatti, di guasti.
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COMMENTI

15 commenti su  1  2  3   pagine dal più vecchio | dal più recente
#15 Marcello Paci (4) - lettore
il 12.01.10 alle ore 21:39 scrive:
OGGETTO: PENSIERI POLITICI. 1)Il liberalismo é una teoria compiuta dello Stato. Il pensiero Marxiano é una teoria del superamento dello stato; 2)Sostenne e dimostrò Popper che la libertà é più importante dell'eguaglianza; 3)I cattolici di sinistra sono dei complessati. Per giustificare il loro cedimento alla cultura marxista arrivano, addirittura a ritenere che il Vangelo: “é più a sinistra che a destra”; “che a sinistra si é più coerenti con i principi Cristiani” (un bel coraggio)! Pacifismo, pentitismo e buonismo hanno ridotto la fede ad una sociologia di sinistra. In realtà la vita del credente é tutt'altra cosa e si poggia su altri fondamenti. I Cattolici di sinistra sembrano dire: “meno male ci sono i poveri così ci si salva, da un lato, e ci si può incontrare con la sinistra, dall'altro”.
#14 giessebi (296) - lettore
il 09.09.09 alle ore 1:30 scrive:
Gentile #13 Stella: lei esprime un parere e fa benissimo a farlo. La mia obiezione riguarda l'accostamento tra cattolicesimo e "senso di colpa" (a parte la definizione del cattolicesimo come "religione oscurantista", che mi pare quantomeno pretestuosa) Il senso del peccato per i cattolici e' la lontananza da Dio ed il motore della contrizione necessaria all'espiazione del peccato e' un atto d'amore verso Dio. E' del tutto evidente che il senso di "invidia" sociale che caratterizza tanti comunisti non ha nulla a che vedere con un atto d'amore verso chichessia. Qualsiasi sacerdote (non marxista) le confermera' che un cristiano non deve "sentirsi in colpa", ma eventualmente confessare ed espiare i propri peccati. L'idea che il peccato comporti senso di colpa ai cattolici e' quantomeno imprecisa, ma soprattutto non vedo analogie con il livore invidioso del comunista medio. Se costoro si sentissero un po' in colpa, magari si risveglierebbero. Cordiali saluti
#13 Stella (342) - lettore
il 08.09.09 alle ore 22:50 scrive:
X#11giessebi: Non voglio contraddirla a tutti i costi ma "rimpinzarsi" e avere poi "un senso di colpa" è come tenere il piede in due staffe, ed ancora, è noto a tutti che la Dottrina della Chiesa cattolica insegna a riconoscere "il peccato" ed a sentirsi in colpa per averlo commesso. E' evidente che tra senso del peccato e senso di colpa il passo è breve, cambia soltanto la definizione ma non la sostanza. Infine credo che ognuno possa parlare di quello che gli pare, tuttavia mi riferivo evidentemente in particolare ai cattolici comunisti e comunque non ho niente "contro" nessuno, esprimo solo il mio punto di vista liberamente come del resto mi pare faccia anche lei #11giessebi. Quello che conta davvero è avere una coscienza non una dottrina! Cordialmente.
#12 robertoguli (1032) - lettore
il 08.09.09 alle ore 15:28 scrive:
Anche questa volta, grazie a G.B.G. che ha messo tutti i tasselli al posto giusto, possiamo ricomporre fedelmente un'immagine storica abbastanza confusa e poco trattata. Eccellente intervento dello storico per aiutare alla comprensione i non addetti ai lavori. Distinti saluti. Roby
#11 giessebi (296) - lettore
il 08.09.09 alle ore 15:18 scrive:
#9 Stella: "Perchè mai una persona che lavora onestamente dovrebbe sentirsi "in colpa" per quello che ha giustamente guadagnato?" Questo puo' essere un assunto comunista, ma non e' certo parte della morale cattolica. Ha mai sentito parlare della parabola dei talenti? Il mio essere cattolico non comporta alcun senso di colpa di per se'. Non sarebbe bello che di cattolicesimo parlassero i cattolici e non si affermassero sciocchezze senza fondamento e luoghi comuni triti e ritriti? Se lei non vuole essere cattolica puo' farlo tranquillamente, ma provi a non essere comunista (o musulmana) in un paese gestito dai comunisti (o dai musulmani) e poi mi dira' la differenza. Cattocomunismo e' un ossimoro (come le convergenze parallele citate da GBG): e i cattocomunisti sono solo opportunisti che cercano di mantenere il piede in due staffe. Altro che "senso di colpa"...
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Alessandro Sallusti
Gli Stati Uniti lo salutano come il "salvatore d'Europa", lui elogia Berlusconi "statista" ma poi sale in cattedra  continua..
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