Sia chiaro: la destra che apprezziamo è quella moderata e liberale che governa in molti Paesi europei. Formazioni estremiste come il Fronte nazionale non rappresentano, a nostro giudizio, una risposta accettabile ai problemi di oggi, ma se questi partiti emergono con tanta forza (e non solo in Francia), significa che quelli tradizionali sbagliano o perlomeno che non sanno più essere in sintonia con la società.
Oggi un numero crescente di francesi rifiuta l'immigrazione incontrollata e la conseguente imposizione, per inerzia, di una società multietnica. Persino la Francia - le cui radici culturali e nazionali sono da sempre molto profonde - soffre una profonda crisi identitaria. Aggiungete gli effetti della crisi economica, la larvata ma implacabile erosione della sovranità nazionale generata dall'Unione europea, la paura che i recenti sommovimenti nel Nord Africa provochino un'altra ondata migratoria e il quadro appare nitido.
Marine Le Pen è donna e grazie ai suoi 42 anni intercetta un pubblico metropolitano, giovane che suo padre non riusciva a sedurre. È preparata e carismatica. Appare meno estremista, meno «fascista» di Jean-Marie; dunque più accettabile. Nessuno può sapere se nella primavera del 2012, quando si svolgeranno le nuove presidenziali, riuscirà a giungere al ballottaggio; di certo, però, la sua popolarità non è immotivata.
E questo dovrebbe far riflettere Sarkozy, il suo declino nei sondaggi ha molte ragioni; una, però, è evidente: da circa un anno il presidente tende ad accreditarsi come leader centrista e ha notevolmente annacquato le sue posizioni sui temi sociali e identitari. Doveva essere la mossa vincente per spiazzare la sinistra. E invece lo sta danneggiando.
Nel 2007 Sarkoy vinse perché propose un programma innovativo e liberaldemocratico e al contempo molto profilato sull'immigrazione e sulla necessità di preservare i valori della tradizione. Senza mai dichiararlo, «rubò» spazio proprio a Le Pen, dando una rispettabilità a idee che, altrimenti, tendevano al razzismo e all'intolleranza. I francesi, premiando Marine, chiedono che quelle esigenze tornino al centro dell'agenda politica e Sarkozy dovrà prenderne atto. Se vuole restare all'Eliseo deve essere quello di quattro anni fa. Insomma, deve andare a destra e ancora a destra.
E in Italia? Certi umori sono palpabili anche nel nostro elettorato, che quando pensa alla destra francese la ricollega non a Bossi, né a Berlusconi, ma a Gianfranco Fini. Al Fini del Msi, che negli anno Ottanta abbracciava Jean-Marie Le Pen, ma anche al Fini di Alleanza nazionale, che, unico italiano, nel 2008 veniva invitato proprio da Sarkozy a celebrare i suoi allora freschi successi.
Gianfranco Fini, però, non è più quello di 25 anni fa e nemmeno quello di tre anni fa. A onor del vero, non è più nemmeno di destra. Ragiona e agisce come un leader progressista, canta le lodi della globalizzazione e si presenta come alfiere del Terzo Polo. Sogna un'Italia multietnica che fino a qualche tempo aborriva e non vibra più per quei valori patriottici che un tempo lo commuovevano. È convinto che il futuro sia al centro, per ragioni che la maggior parte dei suoi estimatori continua a non capire e lui a non spiegare. Per questo è destinato a perdere. Solo soletto.
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