Commento/2 Differenze da civilizzare

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Vecchie o nuove, di natura etnica, linguistica, religiosa, sessuale o altro, le comunità sono le dimensioni naturali dell’appartenenza. Foss’anche per staccarsene, nessuno può esistere senza. Poiché la ragione pratica s’esercita inevitabilmente in un contesto, l’io è sempre incorporato in una storia ed essa non si riconduce mai a uno statu quo, tanto meno al passato. Beninteso, nessuno è tenuto (né dev’esserlo) ad appartenere a una comunità. Si può entrarvi, si deve poterne uscire ed eventualmente tornarvi. L’esperienza storica mostra che l’appartenenza a una comunità è legittimamente vista come positiva da molti (pone a contatto con coloro nei quali ci si riconosce) e legittimamente vista come negativa da altri. Ai giorni nostri, in un’epoca nella quale lo Stato sociale pare in crisi irreversibile, la dimensione d’appartenenza è anche, in molti casi, un potente fattore d’aiuto reciproco e solidarietà. In un’ottica giacobina, come quella francese, la dimensione d’appartenenza esclude altre dimensioni d’appartenenza (l’ossessione della «doppia lealtà»). In un’ottica non giacobina, compito del politico è articolare insieme più dimensioni d’appartenenza.

L’ascesa delle comunità coincide con l’esaurimento dello Stato-nazione, che nel periodo posteriore alla pace di Westfalia è stato la forma politica privilegiata della modernità. Non è un caso: l’emergere della postmodernità va di pari passo con la paralisi progressiva del modello dello Stato nazionale e la ricomparsa di forme politiche che lo superano (blocchi continentali dal ruolo-chiave nel mondo multipolare) o lo erodono (rivendicazioni localiste, moltiplicazione delle «comunità» e delle «tribù» per l’esplosione delle identità per effetto della secolarizzazione, rinascita dei radicamenti regionali e frontalieri-transnazionali). La modernità ha fatto dimenticare che la storia ha avuto e avrà altre forme politiche rispetto allo Stato-nazione. In un passato non remoto, la grande forma rivale dello Stato-nazione è stato l’Impero, i cui più antichi teorici furono Marsilio da Padova, Dante e Nicolò Cusano. Caratteristica dell’Impero, che non è una nazione più grande delle altre, è articolare le differenze. La sovranità vi è ripartita, le particolarità etniche e culturali, religiose e di costumi vi sono giuridicamente riconosciute, se non sono contrarie alla legge comune. La regola è applicare il principio di sussidiarietà. Oggi vari suoi principi si ritrovano nell’idea federalista, l’unica a conciliare la necessità dell’unità di comando al vertice col rispetto della diversità a ogni livello, a partire dalla base.

Nella tradizione dell’Impero, nazionalità non è sinonimo di cittadinanza. I concetti sono diversi: il popolo politico (demos) non si confonde col popolo etnico (ethnos), ma l’uno non ostacola l’altro. Invece sono indistinguibili nell’ottica giacobina. Si nota oggi che i «repubblicani» appiattiscono la nazionalità sulla cittadinanza, mentre i razzisti appiattiscono la cittadinanza sulla nazionalità. Gli uni e gli altri si congiungono in uno stesso ideale d’indistinzione.
Al vivere insieme di chi abita lo stesso Paese occorre una legge comune, s’è detto. Un punto su cui non si può transigere: è nella natura stessa del multiplo esigere un principio unitario, senza il quale si finisce nella spirale infinita delle rivendicazioni dei «diritti», equivalente alla «tirannia delle minoranze» paventata da Tocqueville. Ma la legge comune deve tener conto delle particolarità, esaminare le rivendicazioni legate a consuetudini, ammettere quelle che non minacciano l’ordine pubblico e prevedere le disposizioni necessarie perché possano esistere. Ma al di là della legge comune non c’è da farsi illusioni: solo un grande progetto può nutrire la volontà di vivere insieme e darsi un destino. L’epoca attuale, che privilegia gli interessi sui valori, sembra ormai lontanissima dai grandi progetti collettivi. Le rivendicazioni sociali sono sempre più parcellizzate e pare trionfare l’individualismo dei comportamenti. Ma, giunta al compimento, ogni tendenza si capovolge bruscamente. Domanda fondamentale: a quale grande progetto potrebbero associarsi le comunità?

Un Paese non trova coesione annientando le coesioni particolari. La natura sociale dell’uomo può esser pensata solo a partire dalle comunità che formano il tessuto della società. Solo così, forse, si potrà civilizzare la differenza.

(Traduzione di Maurizio Cabona)

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COMMENTI

#4 brunofolgore (23) - lettore
il 11.05.09 alle ore 18:42 scrive:
Sono senza parole. Per commentare questo stupendo commento,scusate il bisticcio, ci vorrebbe tanto tempo e sarebbe comunque poca cosa. Sono felice che ci sia ancora qualcuno che in poche righe mostra di avere così grandi conoscenze, chiarezza e semplicità di linguaggio.Mi auguro di leggere altri commenti di questo scrittore di cui ho già letto più di qualche cosa.
#3 mopy (1645) - lettore
il 11.05.09 alle ore 18:17 scrive:
Chi viene in Italia si deve adattare ai nostri costumi ed alle leggi vigenti:se non gli sta bene può tornare da dove è venuto.Troppe complicazioni sosiologiche hanno fatto guasti enormi,vedi in Inghiterra dove la sharia è riconosciuta tra parti private consenzienti.Figuriamoci una donna com'è libera di essere consenziente.Torniamo ad essere freddi e razionali come i Romani ed il loro ius, senza tante riserve mentali.O con o contro di me.Fuori.
#2 pino d. (3283) - lettore
il 11.05.09 alle ore 12:01 scrive:
L'analisi sottolinea i problemi della convivenza di diverse etnie, ma sottolinea la necessità di regole comuni, pur rispettose di principi anche diversi. Oggi in Italia si vive una particolare multietnicità, attraversata da una variegatura di adattamenti sociali di diversa intensità. Ma le regole vengono adattate caso per caso alle particolarità ed alla etnia delle persone coinvolte. E il delinquente immigrato, colpevole di reati abietti, va compreso ed aiutato, mentre il cittadino rispettoso delle leggi, se si difende per fermare l'aggressione che sta subendo, va indagato. Qui nasce l’attrito e la diffidenza verso altre etnie. Una sentenza affermò che in fondo per alcune etnie, rubare è parte integrante della cultura. Un’altra, decise che mandare un bambino a chieder l’elemosina, se rispetta il normale orario di lavoro, non è punibile, perché rientra nel normale modo di vivere. Un italiano, o un nigeriano, o un francese, o un tunisino, sarebbero stati condannati. pino d.
#1 Dario40 (6018) - lettore
il 11.05.09 alle ore 11:20 scrive:
il tessuto della società è basato sul principio del rispetto delle regole e delle Leggi e solo chi accetta questo principio può farne parte o chiedere di farne parte. Pertanto i clandestini si autoescludono automaticamente già in partenza. Perchè i clandestini non sono e non possono essere equiparati agli immigrati regolari con il permesso di lavoro serio, non fasullo o di comodo. Quindi rimaniamo saldamente con i piedi per terra, non facciamo voli pindarici vanificando di grandi progetti. Incominciamo dal rispetto delle regole e delle Leggi da parte di tutti. Il resto viene da sè.
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