Insomma, la Terra diventerà un luogo di longevi. E dunque sarebbe meglio che fossero tutti dei giovani- vecchi. Gli scienziati scommettono di sì. E fanno a gara per mettere in mostra le loro scoperte: ogni mese vengono pubblicati quasi 1000 studi scientifici sulla biologia dell’invecchiamento o della longevità. Negli Usa osano di più. Una fondazione ha promesso ben dieci milioni di dollari al primo laboratorio che riuscirà a decifrare il Dna di 100 centenari. Ma nessuno ha ancora vinto il concorso. Nel frattempo ognuno segue una strada diversa. E, udite udite, non sempre l’attività fisica e il buon cibo allunga la vita. In Israele hanno esaminato 477 ebrei di oltre 95 anni della stessa epoca ed è stato scoperto che quelli più longevi bevevano più alcol della media e facevano meno esercizio fisico dei loro colleghi. Il perché? I centenari sono dotati di un profilo genetico che li protegge da uno stile di vita poco sano.
Ma bisogna pur arrivarci a cent’anni. Ed è l’obiettivo che si pongono molte multinazionali che hanno creato un Dipartimento per l’invecchiamento soprattutto negli ultimi cinque anni. Hugo Aguilaniu è uno specialista che dirige una squadra del Cnrs alla Scuola normale superiore di Lione e giura di essere vicino all’obiettivo. «Nel decennio una molecola che aumenterà il potenziale di vita potrà essere messa sul mercato – annuncia –. Ma sarà commercializzata contro le malattie legate all’invecchiamento perché le aziende non si lanceranno in prove sulla longevità che richiede studi lunghi e costosi». Intanto i francesi si allenano sugli invertebrati. «Noi riusciamo a far vivere 300 giorni un verme che in media muore dopo 19 giorni. Se riuscissimo a riprodurre nell’uomo il 5 per cento di quello che facciamo sul verme l’impatto sulla demografia sarebbe considerevole».
Sempre i francesi sono riusciti a ringiovanire delle cellule di centenari riprogrammandole in vitro. Gli americani hanno invece ritardato nei topi i problemi legati all’età grazie a una manipolazione genetica che permette di eliminare le cellule senescenti dell’organismo. Tutto va molto in fretta e se ne sono fatti di passi avanti dal lontano 1993 quando è stato scoperto il primo gene che prolungava la vita di un animale. Sedici anni dopo è stata scoperta una prima molecola contenuta in un antibiotico che è stata utilizzata con successo per allungare la durata di vita di un mammifero. Molti studi ottengono risultati sulle cellule. Un americano aveva intuito nel ’65 che dopo circa 50 divisioni ogni cellula cessa di moltiplicarsi. Questo arresto caratterizza l’invecchiamento. E per giocarci la carta dell’eterna giovinezza bisogna sperare di vivere bene ma da vecchi. Un americano, leader in fatto di gerontologia, sostiene che un quarto dei fattori determinanti di una grande longevità siano ereditari. I rimanenti tre quarti sono legati all’ambiente e allo stile di vita. Una verità abbastanza lapalissiana.
Più d’effetto la dichiarazione di Miroslav Radman, che sta mettendo a punto una pozione antinvecchiamento che potrebbe farci vivere in buona salute fino a 150 anni. Come? Utilizzando un batterio immortale che sopravvive pure alle radiazioni estreme. Lo scienziato sostiene di disporre di alcuni primi risultati positivi ma per il momento ne ha pubblicato solo una parte. Aspettiamo con ansia il seguito…
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