"Così i signori della moda aiutano i clandestini e fanno fallire gli italiani"

Giancarlo De Bortoli costretto a chiudere l’azienda, svela i segreti dei grandi stilisti: "Mi davano 24 euro per una camicia e 40 per un abito. Venduti in boutique a 490 e 890"

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Lo chiamano made in Italy, ma è più sfatto che fatto. Diciamo pure marcio. In cima alla scala ci sono i signori della moda. Venerati e intoccabili: ci mettono la faccia. Un gradino sotto stanno i terzisti. Carne da macello: ci mettono il sangue. Giancarlo De Bortoli, 61 anni, titolare della Herry’s confezioni di Pramaggiore, dove il Veneto sfuma in Friuli, era un terzista. Lo hanno vampirizzato: «Sto portando i libri in tribunale. Il mio mondo finisce qui. Avrei dovuto smettere prima. Ho resistito fino all’ultimo per le dipendenti, che erano la mia famiglia. È stato tutto inutile. Sia ben chiaro: non è colpa né del governo, né delle banche. Sono stati gli stilisti a strangolarmi, lentamente ma inesorabilmente. E allora mi sono detto: dichiara fallimento da solo, Giancarlo, cadi con onore, non farti mettere i sigilli di ceralacca dall’ufficiale giudiziario».
De Bortoli un fallito? Com’è possibile, in nome del cielo? Sa fare come pochi il suo mestiere, ha sempre sgobbato 12 ore al giorno, praticava prezzi concorrenziali, era arrivato a produrre 20.000 capi l’anno, non contraeva debiti, non s’è arricchito, era oculato, pagava regolarmente gli stipendi, versava i contributi previdenziali, non evadeva le tasse, nello stabilimento aveva messo per le sue operaie il climatizzatore e l’impianto stereo. Che altro ancora si può chiedere a un imprenditore? Spiegatemelo voi.
Io lo conoscevo bene Giancarlo De Bortoli. Era uno dei migliori su piazza, fidatevi. Faceva le camicie su misura persino per i 9 piloti della flotta aerea privata dei Benetton. Pochi riuscivano a lavorare la seta, il raso, lo chiffon, la crêpe georgette come lui. Ma nessuno doveva sapere che dalla sua fabbrica uscivano i capi d’alta moda per signora con cucite sopra le etichette delle più grandi maison d’Italia: Gucci, Prada, Max Mara, Miu Miu, Etro, Sportmax, Costume National, Duca d’Aosta, Cividini. E poi Giorgio Armani: «Ho dovuto comprare sette tenaglie per spezzare nei punti di cucitura le perle che ricoprivano una sua giacca». E poi Valentino: «Trecento pigiami ordinati attraverso il maglificio Nigi di Mogliano Veneto, eh sì, c’è anche il terzista del terzista». E poi le sorelle Fendi: «Duecento tailleur tempestati di paillettes, il solo pantalone sarà pesato 10 chili». E anche griffe straniere, perché in fatto di contoterzismo tutto il mondo è paese: Emanuel Ungaro, Apara, Pringle of Scotland, Strenesse, Tse cashmere. «Ho prodotto camicioni per conto di Stella McCartney, figlia di Paul, il cantante dei Beatles, la stilista che ha fatto l’abito da sposa di Madonna. Ma la casa per cui ho lavorato di più in assoluto è stata Jil Sander. Per una decina d’anni la fondatrice, Heidemarie Jiline Sander, da Amburgo mi mandava l’ordine per le camicie che indossava lei stessa, i suoi stampi erano conservati qui da me in azienda».
Io lo conoscevo bene Giancarlo De Bortoli. Ma ora non lo riconosco più. La barba di un giorno, gli occhi arrossati, la voce tremante. «Ti vengono strane idee. Se non fosse per mia figlia e per le mie due nipotine...», e la mente va allo stilista inglese Alexander McQueen, già pupillo di Romeo Gigli e Givenchy: «Gli fornivo le camicie. Avrebbe compiuto 41 anni fra qualche giorno. È morto a Londra l’11 febbraio scorso. Suicida». Dall’estate del 2008 sono ben 13 gli imprenditori veneti che si sono ammazzati dopo aver visto naufragare la loro azienda: quasi uno al mese.
Maledetto il giorno in cui De Bortoli diede retta al padre Antonio, che aveva visto emigrare verso la Svizzera tutti i suoi figli. «Ero elettrotecnico alla Brown Boveri di Baden, stipendio ottimo. Papà mi telefonò: “È mai possibile che di tre figli debba morire senza averne almeno uno qui vicino a me?”. Tornai a Motta di Livenza. Era il 1968. Sposai Maria Paola. Entrai nel ramo tessile con un amico. Volevo chiamare la nostra azienda Harry’s, in onore di Ernest Hemingway, assiduo frequentatore dell’Harry’s bar di Venezia. “No, no, Arrigo Cipriani ci fa causa”, obiettò il mio socio. E all’ultimo momento infilò nel marchio una “e” al posto della “a”, Herry’s». Ben presto Giancarlo e Maria Paola subentrarono all’amico. Avevano due laboratori: lei abiti da donna, lui camicie. «È morta nel 2004. Ho assorbito l’intera produzione nella mia azienda, come Maria Paola avrebbe desiderato. Negli anni d’oro eravamo arrivati a 97 dipendenti, tra fissi e occasionali. Ho chiuso che mi restavano solo 24 collaboratrici, tutte anziane».
Un solo errore ha commesso De Bortoli: s’è accorto troppo tardi che giù, in fondo alla scala, ci sono scantinati e garage brulicanti di terzisti extracomunitari che impiegano schiavi, per lo più clandestini, «gente che ai re Mida dell’ago e filo fornisce un paio di jeans a una cifra oscillante fra i 4 e i 6,50 euro, quando il prezzo minimo, per chi lavora con tutti i crismi, non può mai scendere sotto i 25-30, gente che per una camicia accetta 16-22 euro, mentre a me ne costava non meno di 30-36. Non la vinci, non la puoi vincere, una concorrenza così sleale, fuori da qualsiasi regola».
Oportet ut scandala eveniant. Adesso che De Bortoli ha dichiarato fallimento, il fenomeno sommerso affiora sulle prime pagine dei giornali veneti. «Daremo la caccia ai committenti italiani dei laboratori cinesi non in regola: questo non è affatto made in Italy», promette Carmine Damiano, questore di Treviso. «Provare un collegamento diretto è difficile: nessun committente affida direttamente i propri lavori, ma si avvale di contoterzisti a cui fa firmare un contratto di fornitura che vieta il subappalto», avverte il colonnello Claudio Pascucci, comandante della Guardia di finanza.
È così, De Bortoli?
«Certo i signori della moda non sono fessi e sanno come cautelarsi da ogni genere di responsabilità in caso di violazioni lungo la filiera produttiva. Come ha dichiarato il colonnello Pascucci, in linea teorica e da un punto di vista etico chiamare in causa il committente è logico, ma provarne le colpe è quasi impossibile, perché le leggi in materia sono “troppo morbide e facilmente aggirabili”, parole sue. Io comunque sto ai fatti».
E i fatti quali sono?
«Che nel 2009 in Veneto sono falliti 240 laboratori tessili. Che nello stesso anno la Guardia di finanza ha scoperto quasi 600 operai irregolari nel solo Trevigiano. Che il responsabile tecnico di una grande griffe alla vigilia della ricorrenza dei defunti mi disse: “Sa, De Bortoli, lei è un privilegiato, perché in giro troviamo chi ci fa il suo lavoro per 5 euro e ce lo fa anche bene”».
Alcune case di moda potrebbero ignorare che i loro vestiti vengono subappaltati a laboratori clandestini.
«Va bene, ammettiamo che sia vero. Anch’io, in fin dei conti, per salvarmi mi sarei potuto rivolgere a qualche sfruttatore all’insaputa dei committenti. Ma quando un celebre stilista impone prezzi assurdi, all’insegna del “prendere o lasciare”, sa in partenza che servono gli schiavi, non può ragionevolmente ritenere che un imprenditore italiano in regola con le leggi sia in grado di lavorare a quelle condizioni. Prova ne sia che io sono fallito. E questa a casa mia si chiama responsabilità morale».
Le aziende devono badare agli utili, si sa. Proprio per non finire come la Herry’s.
«Sì, ma dev’esserci una misura anche negli utili. Guardi questa scheda: è per un abito foderato di Jil Sander, stagione 2010. Cuciture aperte, cuciture chiuse, pince, orli ripiegati, orli riportati, orli surfilati, scollatura, giri, fodere, impuntura di sbordatura non visibile al dritto, 14 pieghe che si rincorrono in senso antiorario sulla gonna... Saranno una trentina di operazioni. Ci volevano 96,5 minuti di lavoro per un abito così. Sa quanto me l’hanno pagato? Al netto dell’Iva, 40 euro. E hanno avuto anche l’impudenza di consegnarmi l’etichetta col prezzo al pubblico da metterci sopra: 890 euro».
Inaudito.
«E questa camicia per donna? Servivano 97 minuti. Mi è stata pagata 24 euro. Nelle boutique la trova a 490 euro. Devo continuare?».
Prego.
«Questo fax arriva dalla Svizzera. Gruppo Gucci. Mi chiedevano una camicia per 34,54 euro. Sono riuscito a strappare un aumento di 1,50 euro per la difficoltà nell’applicazione dei bottoni. Lei vede che il prezzo totale è di 41,73 euro. In realtà poi mi trattenevano 3,50 per il collaudo e 2,19 euro per il bulk, che sarebbero gli accessori forniti da loro. Non è finita: un appendino di Gucci può costare 3 euro. Me ne mandavano uno scatolone e me lo fatturavano. Avanzavo 20 appendini? Me li facevano pagare lo stesso. Avrei potuto restituirli. Ma le procedure per il reso mi sarebbero costate mezza giornata di lavoro di un’impiegata. Tanto valeva rinunciare».
E così lavorava in perdita.
«Esatto. Sempre sperando che le cose si raddrizzassero. Ce l’ho messa tutta, mi creda. Dicevo agli stilisti: ma a questi prezzi non ci sto dentro, venite a controllare di persona, rimanete per un giorno in azienda e insegnatemi voi quali economie di scala posso fare. Mi hanno spremuto fino all’osso. “Tanto”, è stato il commento di uno di loro quando ha saputo che ero spacciato, “per un laboratorio che chiude ne aprono altri cinque”. Sottinteso: stranieri».
Ma quand’è cominciata la crisi?
«Nel 1997, per una camicia, Jil Sander mi dava dalle 70.000 alle 80.000 lire, l’anno scorso in media 16-22 euro, cioè dal 55% al 47% in meno. Un terzista ci mette la pura manodopera e per legge va pagato a 30 giorni. Hanno cominciato a saldare a due mesi, a tre mesi. Poi hanno trasferito le produzioni all’estero: Romania, Slovenia, Tunisia, Portogallo. Infine hanno delocalizzato nei seminterrati italiani. Laboratori-lager. Non c’è provincia che ne sia immune. La Riviera del Brenta e la Marca trevigiana ne sono impestate più di Prato. Gli schiavi non vengono pagati a tempo, bensì un tot a capo. Non importa quanto c’impiegano a finirlo: lavorano lì, mangiano lì, vivono lì. Emergono un’ora al giorno, come i sommergibili, e subito tornano sotto, alla luce artificiale. Dormono tre ore per notte. Non conoscono ferie, Natale, Pasqua, Capodanno, Ferragosto. Non smettono mai e si accontentano di un niente».
I suoi colleghi come si salvano?
«I più fortunati, quelli che avevano da parte i soldi per i trattamenti di fine rapporto, hanno contenuto i danni, chiudendo subito».
Perché non ha fatto lo stesso?
«Perché non potevo pagare le liquidazioni ai lavoratori. La metà delle piccole imprese del Veneto l’hanno bruciato da tempo, questo accantonamento. L’ultimo Tfr, 24.000 euro, sono riuscito a versarlo a una dipendente tre anni fa. Scaglionato in 12 rate».
Quanto fatturava?
«Nel 1995 ero arrivato a 3 miliardi di lire, cioè 2 milioni di euro d’oggi. Nel 2007 ero sceso a 684.000 euro, l’anno dopo a 596.000. Nel 2009 il disastro: appena 288.000 euro».
Perdoni la brutalità, lei avrebbe dovuto dichiarare fallimento parecchi anni fa.
«Lo so da me. Però chi era? Confucio? a dire che quando un uomo cade dalla rupe si aggrappa ai rovi? Ho venduto la mia villetta a schiera e sono andato a stare in affitto per portare un po’ di soldi nella ditta. Dal 2004 ho smesso di farmi lo stipendio, ho dato fondo a tutti i risparmi. A Natale ho capito che era finita: in dicembre avevo fatturato 18.000 euro e fra stipendi, tredicesime, contributi e Irpef me ne servivano 90.000».
Che cos’era per lei il lavoro?
«Tutto. Mi alzavo dal letto la mattina, recitavo le preghiere e poi venivo qui, fiero di me stesso. Però negli ultimi tempi dicevo a Stefania Dal Ben, che è in azienda da 21 anni: entriamo ad Auschwitz... È blasfemo anche solo pensarlo, ha ragione. Ma il sentimento era quello. Umiliazioni, umiliazioni, umiliazioni, e non sapere se saremmo arrivati vivi a sera. Non c’è di peggio, per un imprenditore, che non riuscire a pagare lo stipendio ai propri dipendenti. Io ho smesso a luglio. Andavo avanti ad acconti. Un fornitore può aspettare, ma una famiglia no. Non riuscivo più a reggere lo sguardo delle operaie, nonostante fossero loro stesse ad incoraggiarmi: “Andiamo avanti, signor Giancarlo, noi ci fidiamo di lei”».
Oggi che cosa prova quando vede un défilé in televisione?
«Repulsione. Nell’ultima sfilata di Dolce e Gabbana c’era un maxi schermo che rimandava le immagini delle sartine con ago e ditale, per mostrare che l’alta moda è tutta italiana. Non è vero, non può essere vero. Altrimenti io non avrei dichiarato fallimento. Ma dove vivono questi due signori? Ma lo sanno o no che il contratto dei tessili è parificato alle lavanderie? Ma lo sanno o no che la scuola Calligaris di Treviso e quella di Azzano Decimo, dove s’insegnavano taglio, cucito e modellistica, hanno chiuso una vita fa? L’ultima apprendista che venne a suonarmi il campanello per essere assunta si chiamava Aurora, aveva 16 anni, e per avviarla all’haute couture me ne sono serviti cinque. Sono passati tre lustri da allora. Oggi le sarte si accontentano di pulire i cessi nelle aree di servizio: guadagnano di più».
Eppure le griffe spopolano.
«La gente cerca gli status symbol, crede di rendersi presentabile con un abito. Ma non sa neanche che cosa compra. La qualità è l’ultimo pensiero. Nessuno controlla, i politici per primi. Ma dài, lo sanno tutti da dove viene fuori l’alta moda italiana che italiana non è! Basterebbe andare a vedere le bollette dell’elettricità. Ci vogliono i 380 volt, mica i 220, per far marciare un laboratorio».
Non salva nessuno?
«Roberta Furlanetto e Luisa Beccaria, due stiliste milanesi che fanno produrre tutto in Italia da mani italiane. Pretendevano le finiture sartoriali e me le pagavano il giusto».
Prova vergogna?
«Tanta. Però giro per strada a testa alta. Chi mi conosce sa che non ho mai rubato».
Adesso che farà?
«Non ne ho idea. Sono un fallito. Che cosa può fare un fallito? Confido nella clemenza del giudice. Secondo l’avvocato mi sequestrerà un quinto della pensione di reversibilità di mia moglie, che è di 800 euro mensili, e mi pignorerà i mobili, lasciandomi il letto e il fornello. Questo è ciò che ho avuto dalla vita. Ma almeno sono morto in piedi».
(486. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it
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COMMENTI

10 commenti su  1  2   pagine dal più vecchio | dal più recente
#10 uomo di destra (272) - lettore
il 07.03.10 alle ore 21:13 scrive:
tutto vero! qui in Emilia, zona di Carpi, hanno chiuso o quasi tutti gli artigiani del settore maglieria. sostituiti da laboratori di cinesi!!!! con il beneplacito dei sindacati che non hanno mosso un dito per gli Italiani,per gli Emiliani. Ai sindacati basta che questi cinesi siano iscritti al sindacato o alla cna. pazzesco! e a questi cinesi, che fanno fallire i nostri, regaliamo sanità, scuole, uno Stato Sociale che ERA NOSTRO. grazie a imprenditori del capzo, a sindacati traditori, a partiti politici, in primis al pd, che odiano evidentemente la nostra gente e il nostro futuro.
#9 SICULO (70) - lettore
il 07.03.10 alle ore 20:31 scrive:
Massima solidarietà per un collega imprenditore vittima del sistema. In italia ci preoccupiamo sempre e solo degli operai perchè negli occhi di tutti ci sono sempre e solo i fallimenti dei grossi poli industriali. Ma la realtà è un altra: l'esempio di De Bortoli chiarisce chiaramente la situazione vera perchè l'imprenditore TIRANNO esiste solo nelle favole della sinistra e dei vari sindacati. E scusate se mi permetto ma come il sig De Bortoli ce ne sono tanti altri...mio padre andrà in pensione senza nulla in mano, senza onore e senza neanche uno schifo di riconoscimento...il tutto perchè pur di non licenziare gli operai è entrato nel giro losco delle scoperture bancarie che lo hanno rovinato!!! Lo hanno rovinato pure i 15 operai che ha cresciuto come figli, che gli fecero la vertenza per avere il tfr tutto in un unica soluzione. in questa parole ci sono i veri problemi da affrontare: sistema bancario e sindacati sono la rovina della piccola media impresa VERO MOTORE DELL'ECONOMIA ITA
#8 leo_polemico (460) - lettore
il 07.03.10 alle ore 19:25 scrive:
Bellissimo articolo e bravissimo al giornalista Stefano Lorenzetto che ha scritto quello che moltissimi ormai conoscono, se non direttamente per sentito dire. Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per le scarpe e per tutto ciò che era prodotto artigianalmente o industrialmente in Italia. Sui banchi dei mercati si vedono articoli prodotti in Cina ma anche in India dove è difficle vedere il marchio della provenienza e dove il marchio CE non è "Comunità Europea" ma significa "China Export". Solo chi non vuol vedere non vede. La finanza è impegnata a eseguire controlli, su indicazioni della magistratura sulla Finivest e non a verificare quello che hanno combinato le coop, l'unipol e il pianeta rosso: figuriamoci se va a vedere come vivono e lavorano i subappaltatori delle grandi firme. Saluti
#7 volley51 (4) - lettore
il 07.03.10 alle ore 18:58 scrive:
Ma questi pseudo stilisti e industriali con che coraggio si lamentano dei cinesi (che secondo loro rovinano il mercato).Io l'unico augurio che gli faccio e' che tutti i loro clienti si dimentichino di pagare le loro ladrate nei confronti di De Bortoli
#6 quamiuvat (9) - lettore
il 07.03.10 alle ore 18:28 scrive:
Impareggiabile Stefano Lorenzetto! Sono strabiliato; va be' che dell'alta moda non mi importa un fico secco, e che quando alla tv appaiono sfilate e stilisti mi viene un po' di orticaria, ma non pensavo che al fondo di tutto 'sto ciarpame miliardario esistesse una realtà di questa portata! Che io ne fossi ignaro è comprensibile; non riesco proprio a capire come i nostri "reggenti" facciano finta di non saperne niente. O forse lo capisco, assieme a tante altre faccende italiane: per questo ho deciso da tempo di non partecipare a nessuna consultazione popolare, per non sentire la responsabilità di aver fatto vincere una sostanziosa lotteria a gente cui dell'Italia e degli Italiani ... non frega niente ...
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