martedì 09 febbraio 2010
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martedì 07 luglio 2009, 08:00

Decreto Alfano: chissenefrega dello sciopero dei blogger

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A un certo vittimismo di categoria stile mi-straccio-le-vesti, roba insomma da giornalisti, ora si aggiunge un’antistorica e anche un po’ patetica - mi scuseranno - pretesa di separatezza da parte dei cosiddetti blogger, i proprietari cioè di blog e di siti internet che per il prossimo 14 luglio hanno indetto uno sciopero: in pratica significa che non aggiorneranno i loro blog con ciò ritenendo - mi scuseranno ancora - che gliene freghi qualcosa a qualcuno. Loro la chiamano «giornata di protesta contro il decreto Alfano e l’emendamento ammazza-internet», che poi sarebbe quella parte del decreto (comma 28, lettera a dell’articolo 1) secondo il quale «Per i siti informatici le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono». In pratica, cioè, dovrebbero comportarsi come il resto della stampa ed esserne più o meno equiparati: e peggior bestemmia per loro non esiste. A peggiorare le cose c’è che a promuovere l’iniziativa c’è un collega dell’Espresso con non reputo per niente stupido, Sandro Gilioli, ma che ogni tanto si riposa anche lui.
Che cosa vogliono costoro? È semplicissimo: vogliono che la rete resti porto franco e che permanga cioè quella sorta di irresponsabile e anarchica allegria che era propria di una fase pionieristica di internet e che era precedente a quando «la rete» non era ancora divenuta ciò che è ora: un media rivoluzionario, ma pur sempre un media, dunque la propaggine di altri media anche tradizionali che sono regolati dalla legge come tutto lo è. Nel credersi una razza a parte, invece, i blogger si credono alternativi anziché complementari a tutto il resto, si credono vento anziché bandiera: in lingua italiana significa che vogliono continuare a poter fare l’accidenti che vogliono e quindi a scrivere e a ospitare qualsiasi «opinione» anche diffamatoria, qualsiasi sconcezza o tesi incontrollata e appunto declinata di ogni responsabilità. Simbolo ne è poi l’anonimato dietro il quale milioni di cuor di leoni abitualmente lanciano sassate e nascondono la tastiera. In teoria non dovrebbe essere così già ora: le leggi sulla diffamazione infatti già riguarderebbero anche loro, dovrebbero rispondere cioè di insulti e falsità come chiunque altro. In pratica non succede niente del genere: e siamo al punto, l’unico che conta, che cioè non va bene, così non funziona. In rete circola ogni cosa e risalire a un responsabile è un’impresa disperata o inutile, soprattutto se alla fine ti spunta solo un incolpevole ragazzino che pensava di scarabocchiare i muri della sua cameretta virtuale o poco più. Va da sé che lo sciopero abbia tonalità insopportabilmente apocalittiche (e il bavaglio, e ci vogliono zittire, il solito martirio) e va da sé che la maggioranza degli aderenti non pare aver capito neppure di che cosa si sta parlando. A uno come Gilioli, poi, io non chiederei un silenzio di cui non importa a nessuno: chiederei che spiegasse come risolvere dei problemi che indubbiamente ci sono. Sennò deve capire che i blogger ne escono come dei reazionari e basta, altro che la rivoluzione e la rete e tutte le menate. Così pure, sono abbastanza certo che Gilioli la vedrebbe diversamente se fosse capitato anche a lui quello che capita a me da anni solo perché un giorno ebbi l’impudenza di criticare Beppe Grillo; gli racconterei, cioè, la lotta contro i mulini a vento per impedire che ogni notte, sull’enciclopedia Wikipedia, sotto la voce che porta il mio nome, dovesse leggersi che assumevo abitualmente stupefacenti o fossi sessualmente perverso; l’impossibilità di prendersela con siti o blog che avevano server nel Wisconsin, perdere tempo e soldi con avvocati costretti a inseguire fantasmi internettiani che diffondevano notizie false e orrende ma che qualcuno faceva sempre in tempo a leggere, archiviare, rilanciare. Provi a digitare il mio nome in chiave di ricerca, Gilioli, e poi mi dica che cosa dovrei fare secondo lui: tenendo ben conto che non ho mai querelato nessuno in vita mia né vorrei farlo.
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#50 nicole74 (12) - lettore
il 17.07.09 alle ore 1:10 scrive:
Internet ha di bello il fatto che tutti possono scriverci, comunicare e che quello che un tempo avresti scritto sul tuo diario personale va in rete... ma il fatto che tutti possono scrivere, che possono scrivere di qualsiasi cosa, e in qualsiasi modo, e che quello che scrivono può andare ovunque non significa che tutti quelli che usano la penna virtuale sul web siano scrittori e giornalisti. Nè che siano dei veri comunicatori, per chi guarda a questi termini con fastidio. Perché la comunicazione presuppone delle regole. Che ciò piaccia o no. Poi può darsi che uno sia un ottimo scrittore e comunicatore anche se non fa parte di un albo o se non ha pubblicato un libro (e viceversa, in negativo) ma spesso in internet si ha meno la percezione, anche, di una certa selezione naturale, di qualità, di comunicazione, di originalità e stile, che si percepisce nel momento in cui il pubblico non è virtuale, ma ti sceglie su carta. Se non è un gioco non lo è. Se lo è allora chiamatelo gioco. ciao
#49 capatosta (186) - lettore
il 08.07.09 alle ore 15:41 scrive:
Il reato di diffamazione esiste gia', si applica a chiunque e quindi anche a chi detiene un blog. Questa legge non aggiunge nulla a riguardo. Punto. Questa legge invece introduce l'obbligo di rettifica, associando chi pubblica su internet ad un giornalista professionale. il nodo della questione e' tutto qui.
#48 Sylvia Mayer (8996) - lettore
il 08.07.09 alle ore 15:01 scrive:
I blog sono controllabili da chi li detiene. Ci sono blog, tipo quello di Severgnini sul Corsera, in cui i messaggi diffamatori o violenti non passano. La finiscano poi di raccontar balle quelli che gridano alla liberta' violata dall'articolo della legge Alfano. La legge non toglie alcuna liberta', neppure quella di fare falsa informazione. La legge toglie la *licenza* di attribuire reati e di diffamare, calunniare etc. precisi soggetti giuridici. E va solo a ribadire una legge dello Stato gia' esistente che punisce questi reati e chi li compie. Questo e niente altro. La liberta' non e' in discussione, lo e' la violazione dei diritti delle persone giuridiche e degli enti giuridici a non essere diffamati. Punto.
#47 Sylvia Mayer (8996) - lettore
il 08.07.09 alle ore 15:01 scrive:
Quanto ai nickname, sciocco demonizzarli. Sono in uso da sempre fra persone onestissime (letterati, poeti, giornalisti, politici, attori etc.). In alcuni casi, soprattutto in blog "politici", ritengo siano indispensabili: meglio un nick che esporsi a vendette o peggio dei soliti "facinorosi". L'importante, soprattutto alla luce di questa legge, e' che i proprietari e gestori dei blog conoscano i nomi reali. Come qui al Giornale. Di modo che se quelli che scrivono, compreso chi usa un nickname, violano la legge, siano identificabili.
#46 Alberto Clavarino (74) - lettore
il 08.07.09 alle ore 11:20 scrive:
C'è un elemento tecnico che forse non è emerso. Per un blogger, o comunque per un qualunque sito che pubblichi opinioni di terzi, è IMPOSSIBILE rettificare qualuqnue cosa. La differenza è che in un giornale cartaceo ci sono pochi articoli, in un blog possono essere migliaia in un giorno. E le organizzazioni dietro ai blog sono tipicamente amatoriali. Quindi, de facto, si propone di uccidere i blog in quanto impossibile ottemperare a quanto richiesto. Se il legislatore lo proponga per volontà o per ignoranza mi è ignoto. Essendo un elettore di centrodestra, spero si tratti solo di ignoranza e che ci sia tempo e modo di correggere una grande stupidaggine. In caso contrario, essendo internet una parte imporatnte della mia vita lavorativa e relazionale, cercherò qualuqnue modo onesto per far capire che chi è incazzato per questa insensatezza non è per forza di sinistra !
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