Bianchini in altre parole lascia intendere (o millanta) di avere relazioni di alto livello, entrature in Vaticano, amicizie con imprenditori Usa sostenitori di Clinton... Un mitomane? Un amico disinteressato del nuovo partito dell’ex pm? No, secondo Di Domenico, solo una mossa per essere candidato al Senato.
Nei ricordi dell’accusatore di Tonino c’è chiara una data: il 28 ottobre 2000. Quel giorno, lui, il leader Idv, la tesoriera Silvana Mura e altri due personaggi, un avvocato e un imprenditore americani, si imbarcano sull’aereo con destinazione gli Usa. Prima la capitale, poi l’East coast fino a Miami, «alla ricerca di dollari» scrive il Corriere citando l’autore del libello anti-Tonino. I soldi arrivano sotto forma di un assegno postdatato di 50mila dollari della Chase Manhattan Bank con scadenza 13 maggio 2001, la data delle successive elezioni politiche (sull’assegno, come causale sotto la cifra, si legge “elections”), consegnato da Bianchini a Di Domenico. Secondo Di Domenico, custode per tutti questi anni di quell’assegno, la somma (post-datata) sarebbe servita «come anticipo della ben più cospicua somma, si parlava addirittura di somme dieci volte superiori», da versare dopo l’elezione. Ma qui il mistero diventa ancora più complicato.
La candidatura di Bianchini è un fatto certo, come la sua mancata elezione. Ma il finanziamento vincolato all’elezione? La risposta del sedicente ingegnere-finanziatore starebbe in una lettera pubblicata da Libero e datata 14 maggio 2001, il giorno dopo le elezioni, in cui Bianchini scrive che «è ormai penosamente chiaro che non sono stato eletto, quindi strappa il mio assegno che annullo. Nel caso di un miracolo, ve lo sostituisco con altro ben maggiore». Il destinatario della lettera però è Di Domenico, non Di Pietro, e in tutta la transazione il leader Idv sembra essere un convitato di pietra. «Non appena si parlava di quattrini (durante il viaggio negli Usa da Bianchini, ndr) Di Pietro si alzava e si allontanava con un pretesto qualsiasi. Mi lasciava da solo ad affrontare scabrosi discorsi», sostiene oggi De Domenico. Di Pietro come risposta non spiega chi fosse Bianchini e che rapporti avesse con l’Idv, non smentisce quel viaggio negli Usa «a caccia di finanziamenti», ma annuncia querela, attacca il Corriere («spero di poter stringere la mano a De Bortoli il prima possibile...) e promette un’indagine personale su «chi c’è dietro sto altarino»: «Questa storia dovrà finire con un provvedimento giudiziario», minaccia. Tonino esclude «di aver mai visto, ricevuto, nè tanto meno incassato, nè personalmente nè per conto dell’Idv, l’assegno a firma Bianchini che da ben nove anni era nelle mani di Mario Di Domenico senza che lo stesso ne avesse titolo». «Da una parte - prosegue Di Pietro - si è caduti molto in basso, dall’altra si è fatto in modo dozzinale. Che ruolo avevano Borrelli, Davigo, Ghitti, polizia e carabinieri, erano complici o vittime? Se tutta Mani pulite è stata un’invenzione, tutta questa operazione doveva servire a salvare gli americani per fare entrare i comunisti?». L’assegno però c’è, come le foto di Di Pietro con Bianchini e Di Domenico, su un jet privato in volo negli Usa. Soltanto un complotto di chi vuole delegittimare Mani pulite?
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