Dpef, commercianti e artigiani: il calo delle tasse è insufficiente

Le 5 associazioni di categoria deluse dalle scelte del governo: penalizzano le imprese, i consumi e i prodotti italiani

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Roma - La riduzione delle tasse prevista dal Dpef è «del tutto insufficiente» e «penalizza le imprese, i consumi e i prodotti italiani». Lo hanno affermato cinque organizzazioni di commercianti e artigiani (Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna e Casartigiani) nel corso di un’audizione sul Documento di programmazione economico finanziaria nelle commissioni riunite Bilancio e Finanze di Camera e Senato. Serve invece, dicono, un calo della pressione fiscale «realisticamente progressivo, più determinato di quanto previsto nel Dpef, che la vede in diminuzione dall’attuale 42,8% al 42,1% del Pil soltanto nel 2011».

È necessaria, sottolineano, la «piena consapevolezza politica del fatto che oggi siamo di fronte a un vero corto circuito fra alti livelli spesa pubblica ed elevati livelli di pressione fiscale e contributiva. Risolvere questo corto circuito è condizione essenziale per imboccare il cammino della crescita stabile e strutturale. Serve una scelta che renda contestuali gli effetti di tre grandi politiche: recupero di evasione ed elusione; controllo, riqualificazione e riduzione di spesa pubblica; progressiva riduzione della pressione fiscale».

Bisogna intervenire, continuano le associazioni di categoria, per «una riqualificazione della spesa sociale complessiva del Paese. Bene fa il Dpef a ricordare che, in assenza della revisione decennale dei coefficienti di trasformazione, il rapporto tra la spesa pensionistica e il Pil risulterebbe più alto di circa l’1,5% nel 2040 e di poco meno del 2% alla fine del periodo di previsione. Decisamente meno bene fa, invece, nell’introdurre rispetto a questa notazione l’alea di una dichiarazione di questo tenore: "queste previsioni andranno modificate alla luce dei risultati della negoziazione in corso con le parti sociali". Questo - evidenziano - introduce elementi di incertezza rispetto alla sostenibilità finanziaria di lungo periodo del sistema previdenziale. E certamente non va a vantaggio delle generazioni più giovani, che sono penalizzati tre volte».

Le soluzioni allo studio, concludono commercianti e artigiani, «come l’abolizione dello scalone, con un sostanziale abbassamento dell’età pensionabile da 60 a 58 anni, oltre a essere estremamente onerose per i conti pubblici, non vanno incontro alle esigenze delle nuove generazioni. Occorrerebbe, al contrario, prestare maggiore attenzione alla sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico e liberare maggiori risorse per i provvedimenti in grado di aumentare la competitività e la produttività del sistema imprese».

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Alessandro Sallusti
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