Una specie di rivoluzione (o almeno un tentativo) all’insegna della flessibilità in entrata e in uscita. Roberto Formigoni, presidente della Regione, spiega: «Senza contrasti con il governo nazionale vogliamo facilitare la riforma del mercato del lavoro». Non manca qualche rivendicazione di orgoglio locale per aver preso in controtempo il governo Monti, sia pure su un argomento spinoso e contestato come l’articolo 18. «Roma è Roma. La Lombardia è la Lombardia. Noi siamo più veloci» dice il governatore, che ha parlato a margine della presentazione della nuova giunta regionale.
Il provvedimento avrebbe dovuto essere discusso in giunta già oggi, invece è stato rinviato a domani, venerdì 10 febbraio, quando la giunta si riunirà in seduta straordinaria. «Sono arrivati moltissimi contributi» ha spiegato Formigoni. E anche qualche critica dalle parti sociali e dall’opposizione. Così è necessario qualche ulteriore ritocco.
Il contesto in cui si muovono i nuovi provvedimenti è la crisi, con tutti i rischi di licenziamento. «La giunta regionale può promuovere, d’intesa con le parti sociali, strumenti innovativi a carattere negoziale volti a sostenere la ricollocazione dei lavoratori espulsi o in fase di espulsione dal mercato del lavoro» spiega il testo. Entra nel dettaglio delle ragioni che possono portare ai licenziamenti: processi di riorganizzazione produttiva, crisi aziendali o territoriali. Ipotizza un «concorso responsabile e finanziariamente partecipato dell’impresa e degli organismi bilaterali».
Il filo conduttore della Legge Sviluppo è il tentativo di coniugare flessibilità e sicurezza, sintesi che una delle nuove parole d’ordine dell’economia definisce flexsecurity. «Il sistema economico attuale richiede una crescente flessibilità del mercato del lavoro che, se non opportunamente governata, determina discontinuità nella carriera lavorativa e professionale, situazioni di disoccupazione e di insufficiente reddito da lavoro» si legge nel testo. E contemporaneamente: «La minore “sicurezza del posto di lavoro” deve essere compensata con migliori opportunità lavorative e con una maggiore protezione sociale, cioè con la sicurezza per tutti di trovare un buon lavoro e di avere reddito, in tutte le diverse fasi della vita, attiva e non».
Il tema principale riguarda il ricollocamento dei lavoratori che sono stati licenziati o rischiano da un momento all’altro di ritrovarsi senza lavoro. «In Italia diversamente da altri Paesi europei non esistono politiche pubbliche di reimpiego volte ad accompagnare la ricollocazione lavorativa dei lavoratori espulsi o in fase di espulsione in conseguenza di crisi aziendali o territoriali o per effetto di processi di riorganizzazione produttiva delle imprese» è la critica della Regione Lombardia. Ed ecco la soluzione: un nuovo strumento a carattere negoziale e volontario, che si chiama Patto o contratto di ricollocazione. E proprio la rinuncia ad avvalersi in tribunale dell’articolo 18 è la parte centrale del Patto.
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