Roma - Si infittiscono le previsioni sul risultato di eventuali elezioni politiche a breve scadenza. La vittoria del centrodestra è data per scontata, ma l’argomento insidioso è che, con l’attuale legge elettorale, si ricadrebbe, presso a poco, nella situazione del voto del 2006: una netta maggioranza alla Camera per il centrodestra grazie al premio di maggioranza su base nazionale, ma una più ridotta maggioranza, sempre per il centrodestra, al Senato, dove il premio di maggioranza viene attribuito su base regionale, con il rischio che alcuni tra i minori partiti dell’alleanza potrebbero prima o poi cominciare a creare le stesse difficoltà incontrate dal governo Prodi.
L’incognita indecisi
In realtà, fare previsioni sulla base dei sondaggi che indicano le intenzioni di voto è pericoloso, perché tra queste intenzioni c’è una fetta considerevole di indecisi - dal 10% al 16% - che decidono all’ultimo istante e possono influire in modo decisivo sul risultato. A ciò si aggiungano gli imprevisti della campagna elettorale, specie quelli degli ultimi giorni, in cui una promessa-chiave o una dichiarazione infelice possono spostare parecchi voti.
Tuttavia esistono le «correnti profonde» di opinione, costituite dalle convinzioni che maturano nel tempo attraverso una serie di convincimenti su questioni specifiche, che toccano direttamente gli elettori, e che sono abbastanza immuni dalle «correnti superficiali», emotive, legate a fatti dell’ultima ora, dallo slogan azzeccato o mancato, alla performance positiva o negativa negli ultimi dibattiti televisivi. A proposito di questi ultimi, con il ritiro dalla corsa di Romano Prodi, che avrebbe deciso di porre fine alla propria attività di parlamentare, non si vede con chi il candidato premier del centrodestra potrebbe confrontarsi. Se Veltroni fosse il candidato premier del centrosinistra, non potrebbe fare il difensore d’ufficio del governo Prodi; se fosse il candidato premier del solo Partito democratico, il dibattito non sarebbe omogeneo.
Il sistema attuale
Quanto al risultato per la Camera, come si dice, non dovrebbe esserci partita. Il vantaggio di 10 punti nelle intenzioni di voto, anche se dimezzato come sostiene Renato Mannheimer nel caso in cui il Pd si presentasse da solo, consentirebbe all’alleanza di centrodestra di conquistare il premio di maggioranza e quindi di attestarsi, come minimo, a 340 seggi su 630.
Le cose si complicano per il Senato, dove il riparto dei seggi si effettua su base regionale. Sono ammesse le coalizioni che ottengano il 20% dei voti validi della regione, nonché le liste singole che raggiungano l’8% (comprese le liste che abbiano tale percentuale pur facendo parte di coalizioni non ammesse). Tra le coalizioni o le singole liste ammesse si procede al riparto dei seggi senatoriali spettanti alla regione, applicando la formula proporzionale dei quozienti interi e dei più alti resti. Qualora, con tale operazione, nessuna coalizione o lista abbia ottenuto la quota di maggioranza corrispondente al 55% dei seggi della regione, tale cifra viene automaticamente attribuita alla coalizione o lista singola con il maggior numero di voti. Il restante 45% dei seggi è ripartito tra le altre coalizioni e liste singole. I seggi conquistati da coalizioni vanno poi suddivisi tra le liste collegate (sempre utilizzando la formula dei quozienti interi e dei più alti resti). A questo riparto interno sono ammesse le liste collegate che abbiano conseguito almeno il 3% dei voti validi regionali.