In ogni caso, da Tirana, dove trascorre la giornata per una visita ufficiale a un Paese con cui «i rapporti sono eccellenti», la terza carica dello Stato rilancia uno dei suoi principali cavalli di battaglia. Lo fa intervenendo a un convegno sull’immigrazione, ribadendo la necessità che si arrivi presto a una riforma in materia di cittadinanza. Perché, spiega, dopo aver incontrato pure il primo ministro Sali Berisha, «dopo che sei stato per anni in Italia a studiare o a lavorare, se si trovano dei muri invalicabili, il rischio è o lo scontro o, ma non è il caso degli albanesi, il richiamo dei cattivi maestri». Dunque «il percorso di una cittadinanza non per mero scadere del tempo, ma per un processo virtuoso di adesione a regole e valori, è la grande sfida del futuro». Per adesso, «ripensando alle immagini degli immigrati sui barconi, 20 anni fa, o ammassati allo stadio di Bari, ci si rende conto che di strada ne è stata fatta veramente tanta», continua Fini, che invita gli italiani a essere «onesti». Perché «se si sono registrati enormi passi avanti, il merito va riconosciuto soprattutto alla comunità albanese che ha fatto enormi passi avanti. L’Italia ha fatto, ma se non ci fosse stata la piena collaborazione delle neonate istituzioni democratiche albanesi oggi non si potrebbe celebrare un oggettivo successo».
E va bene. Peccato che sul tema non ci sia la minima condivisione politica, tant’è vero che il disegno di legge, licenziato dalla commissione di competenza e arrivato già una volta all’esame dell’Assemblea, è stato poi rispedito ai piani alti. Un saliscendi che l’inquilino di Montecitorio non nasconde: «C’è un problema politico che manifesta divisioni, sia tra maggioranza e opposizione, sia all’interno della stessa maggioranza». Un punto su cui non a caso interviene in maniera secca Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl: «È evidente che sul tema della cittadinanza si dovranno pronunciare il partito e i gruppi».
Intanto, a proposito di spaccature pidielline, i finiani si muovono in ordine sparso, divisi su strategia e uomini da mandare in avanscoperta. Punti chiave discussi in due differenti incontri: il primo si è tenuto martedì sera a cena, dinnanzi a diversi commensali capitanati da Adolfo Urso, il secondo, più ristretto, mercoledì a pranzo. Premessa la comune intenzione di assicurare il sostegno alla maggioranza sul programma, da un lato, in linea generale, si pongono i cosiddetti lealisti, nelle cui file si lavora per tentare di salvare il salvabile (l’area potrebbe chiamarsi Spazio Aperto), che disconoscono la linea tenuta finora da Italo Bocchino. Anzi, lo vorrebbero il più possibile ai margini. Un secondo gruppetto, invece (quelli di Generazione Italia, per capirci), si riconoscerebbe ancora in pieno nell’ex vicecapogruppo Pdl alla Camera. Ma su una cosa convergono tutti: «In questo momento dobbiamo parlare un po’ meno, ad aprire bocca sia Fini». A cui le occasioni, va detto, non mancano di certo.
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