Roma - Lucciconi e cravatta rosa. I primi li scatena negli amici di sempre non appena inizia a parlare. La seconda la indossa su un completo grigio chiaro: gioco cromatico che esalta l’abbronzatura. Mancano pochi minuti alle 12, Gianfranco Fini diventa il 13˚ presidente della Camera, parla per 14 minuti e riceve 18 applausi. Da tutta l’Assemblea.
Piero Fassino commenta «Fini ci rappresenta tutti». «Con la mia elezione - commenta il presidente ai microfoni del Tg1 - è finito il Dopoguerra». È emozionato quando sale sullo scranno più alto di Montecitorio. E lo confessa in tv: «sarei ipocrita se dicessi che non mi sono commosso». Così come ammette di «essere anch’io, come chi mi ha preceduto, un uomodi parte, fortemente convinto della bontà dei valori che hanno ispirato il mio impegno politico. Ho tuttavia ben chiaro - aggiunge - che il primo dovere è il rigoroso rispetto del principio di assoluta parità di diritti fra tutti i deputati».
Come Schifani, ritiene che quella appena iniziata debba essere «una legislatura costituente». Mentre per rispondere alle spinte dell’antipolitica, osserva che «la società civile deve avvalersi di istituzioni più snelle ed efficienti». Esprime stima e rispetto per tutte le alte cariche dello Stato: dal Senato alla Corte Costituzionale; ma su tutte, al capo dello Stato. Sentimenti che da Granz, Napolitano ricambia fino al punto da giudicare come «certamente non di parte» l’intervento di Fini.
Ed un «deferente omaggio » lo rivolge anche a Benedetto XVI, «guida spirituale della larghissima maggioranza del popolo italiano ed indiscussa autorità morale per il mondo intero». A questo punto, l’emozione è già esaurita. Fini si è sciolto. Legge il discorso (cosa rara per lui che ha sempre fatto interventi “a braccio“) con voce ferma. Ed affronta di slancio uno dei passaggi più delicati dell’intervento: quello sulla Chiesa. «La laicità delle istituzioni - spiega - è principio irrinunciabile della nostra come di ogni moderna democrazia parlamentare. Ed è proprio nel nome di tale principio che il Parlamento deve saper riconoscere il ruolo della religione cristiana nella difesa della identità culturale della nostra Patria».
“Patria“: termine di confine per la Lega. Ma che Fini ripete dopo gli applausi... «nella difesa dell’identità culturale della nostra Patria, della nazione italiana, nazione di cui è simbolo la bandiera tricolore esposta in quest’aula ed alla quale rendo omaggio. È in essa che si riconosce il nostro Popolo». E qui arriva la parte più “politica“ dell’intervento. Indica il 25 aprile ed il 1˚ maggio come date di riferimento per gli italiani. «Celebrare la ritrovata libertà dell’Italia e la centralità del lavoro nell’economia è un dovere a cui nessuno si può sottrarre» (sull’argomento lavoro chiede «uno sforzo comune perché finisca la «tragedia delle morti bianche»). Giornate - prosegue - in cui si onorano valori autenticamente condivisi da tutti gli italiani», nel segno della «ricostruzione di una memoria condivisa» e di «una pacificazione nazionale fra vincitori e vinti».
Se la
memoria collettiva ha permesso
questi passi in avanti -
ricorda Fini - è stato grazie a
due presidenti della Repubblica:
Cossiga e Ciampi.
Una vena di pessimismo attraversa
la relazione di Fini
quando si afferma che «la nostra
libertà corre pericoli ed
è davvero minacciata». E la
minaccia è rappresentata
«non certo dalle ideologie
del secolo scorso, ormai sepolte
dal Novecento che le ha
generate. L’insidia maggiore
- osserva - viene dal diffuso e
crescente relativismo culturale,
dall’errata convinzione
che libertà significhi assoluta
pienezza di diritti e pressoché
assenza di doveri e finanche
di regole». Per Fini, sventare
questi rischi è compito
della Politica. Così come per
la famiglia e la scuola è obbligo
difendere un altro valore
a rischio: la perdita di autorevolezza
dello Stato, che genera
insicurezza nei cittadini.
Da qui, il ringraziamento a
magistratura, forze di Polizia
e Forze armate. Ed un augurio
di buon lavoro a tutti i
deputati «soprattutto a chi è
entrato per la prima volta in
quest’aula».
