T ra il 2000 e il 2002, a Outreau, in Francia, il giudice istruttore Felice Burgaud, appena uscito dalla Scuola della magistratura, fa arrestare 11 persone, dei 17 imputati, accusate di pedofilia. Alcuni sono rimasti in carcere 3 anni. Tra il 2004 e il 2005, 13 dei 17 imputati sono assolti perch´ la loro accusatrice ritratta. I giornali parlano del «più grande scandalo della storia giudiziaria francese». Il procuratore generale di Parigi, Yves Bot, e il primo ministro de Villepin chiedono scusa ai francesi. È nominata una Commissione parlamentare d'inchiesta e a gennaio del 2006 il Governo annuncia una riforma della Giustizia. Il guardasigilli Cl´ment deferisce al Csm il procuratore e il giudice del caso Outreau. A giugno la Commissione d'inchiesta termina i lavori e formula delle proposte di riforma; a settembre il Governo presenta il progetto e l'Assemblea nazionale lo approva il 20 dicembre. Il testo prevede: la creazione di più uffici d'istruzione con la presenza di più giudici istruttori; la registrazione audiovisiva degli interrogatori dinanzi ai giudici istruttori, la presenza obbligatoria degli avvocati; il divieto di esercitare per 5 anni funzioni monocratiche; sanzioni per i magistrati che violano le regole della procedura e i diritti della difesa; l'obbligo della formazione permanente delle toghe; il diritto di chi ha subito un danno per il malfunzionamento della giustizia di rivolgersi a un mediatore statale e di essere risarcito.
In Italia, nel Veneto, ben tre procure, contemporaneamente, quella di Trieste, quella di Venezia e quella di Treviso, danno la caccia per anni a Unabomber, che dissemina la regione di ordigni esplosivi, contestandosi a vicenda la competenza e le piste e sprecando e strappandosi di mano un esercito di investigatori e di periti. Dopo due anni dall'ultimo attentato sequestrano a un disgraziato un paio di forbici, le smontano e le rimontano, ci tagliano a pezzettini un lamierino, distruggendo l'unica traccia che hanno tra le mani, proclamano a destra e a manca, sui giornali e alla radio e alla televisione, che hanno trovato «la prova del 9» e che quel disgraziato è il colpevole, lo sputtanano e lo torturano per mesi, gli distruggono la salute e la vita, lo fanno licenziare dal posto che aveva, e fissano l'udienza decisiva per arrestarlo. All'ultimo momento un bravo avvocato gli dimostra che è tutto una bufala, i magistrati mollano il disgraziato delle forbici e mettono sotto processo il perito di cui si sono serviti per costruire la bufala.
È solo l'ultima. A Napoli, quasi vent'anni or sono, un venerdì notte, che doveva essere il «venerdì nero» della camorra, sulla sola indicazione di due «pentiti», 'o animale e 'o pazzo, arrestano più di 600 presunti camorristi, di cui la punta di diamante sarebbe stato il presentatore televisivo Enzo Tortora. Più di 100 degli arrestati devono essere scarcerati perch´ risultano le persone sbagliate, sono solo degli «omonimi», si chiamano Gennaro Esposito ma non sono i Gennaro Esposito indicati dai «pentiti». Sono scarcerati a scaglioni, chi dopo un mese, chi dopo due mesi, chi dopo sei mesi, qualcuno fa in tempo a farsi un anno di carcere. Degli altri 500, divisi in tranche e processati per anni in tronconi diversi, tra il primo grado, l'appello e la Cassazione ne sono assolti più di 300; gli altri usciranno per gli indulti e le amnistie. Enzo Tortora, condannato a 10 anni in primo grado, assolto con formula piena in appello e in Cassazione, uscito dal carcere muore di cancro: «In cella - dirà - mi è scoppiata dentro una bomba». Dopo vent'anni, a Napoli la camorra è dilagata e trionfa, e arruola anche le generazioni dei giovanissimi, come mai è stato in secoli di storia.
In Calabria, la magistratura ha distrutto in dieci anni la classe politica e la classe dirigente e tutti i partiti. Ha perseguitato per anni l'uomo politico più illustre, il figlio del fondatore del socialismo calabrese, Giacomo Mancini, per anni deputato e ministro e segretario del Psi. Lo ha condannato a sette anni in primo grado, è stato assolto con formula piena in appello e in Cassazione. Mancini è stato colpito da un ictus, è rimasto paralizzato, ha fatto il sindaco di Cosenza, eletto con un plebiscito, sulla sedia a rotelle, è morto. Senza i partiti e la classe dirigente, in Calabria le città, i paesi, il territorio, la Sanità e gli ospedali, gli appalti sono finiti interamente nelle mani della 'ndrangheta, che era fatta di pastori nascosti nelle foreste dell'Aspromonte, ed è diventata la mafia più ricca del mondo.
In Sicilia, i «professionisti dell'antimafia», come li ha chiamati Leonardo Sciascia, non contenti di aver distrutto la classe politica e i partiti siciliani, hanno processato per anni e a vuoto, il più famoso, anche all'estero, uomo politico italiano, Giulio Andreotti e il più colto e integerrimo magistrato, Corrado Carnevale, che alla fine è stato assolto con formula piena, ma il Csm gli impedisce di tornare in magistratura. Hanno strappato al Governo e al Parlamento leggi eccezionali e anticostituzionali, fino all'introduzione della tortura nelle carceri con l'articolo 41 bis. Hanno usato e strumentalizzato un esercito di «pentiti», una buona parte dei quali, liberati in cambio delle accuse agli innocenti, e pagati dallo Stato, sono tornati a mafiare e a uccidere.
I partiti e la classe politica nazionale, o quello che ne è rimasto, non hanno reagito, non hanno fiatato, si sono piegati al prepotere e al superpotere della corporazione dei magistrati. Un tentativo di riforma giudiziaria messo in atto dal governo Berlusconi è stato fatto a pezzi dal centrosinistra, nei primi mesi dopo la stentata e tentennante vittoria elettorale. Il Csm si è costituito in terza Camera dello Stato e boccia e non applica le leggi votate dal Parlamento. A Parigi, i magistrati, per protestare contro la riforma, hanno fatto un corteo. A Roma, i politici hanno votato per l'aumento degli stipendi ai giudici.
