La giovane aveva due sorelle, più piccole, all’epoca 9 e 10 anni. Era l’ottobre del 2003, la famiglia viveva a Vercelli. Le tre bambine, un mese dopo, vennero affidate dai giudici ad una comunità, mentre ai genitori che si ostinavano a difendere il nonno e lo zio fu sospesa la patria potestà. Inaffidabili e poco protettivi, secondo il Tribunale per i minori, perché parevano non credere alle bambine, perché le lasciavano frequentare la casa, nella frazione vicina, in Valsesia, dove vivevano i due presunti bruti. Undici mesi più tardi il nonno e lo zio delle tre ragazzine si ritrovarono le manette ai polsi. Accusa: violenza sessuale aggravata. Un anno di cella, un’altro ai domiciliari. Al processo di primo grado, nonostante tutto i genitori delle ragazzine si schierano dalla parte degli accusati. Li difendono. Una perizia medica dice che violenze non ce ne sono state. «Sono sempre state fantasiose, si sono condizionate l’un l’altra», spiegano i genitori. Non basta: nonno e zio vengono condannati a 8 anni. Intanto le ragazzine crescono in comunità. Ora, sette anni dopo, al processo d’Appello ecco i giudici fare retromarcia. Nonno e zio assolti per non aver commesso il fatto. Oggi due delle sorelle, diventate maggiorenni, hanno lasciato la comunità. «C’è stata qualche timida telefonata, per riavvicinarsi alla famiglia - racconta Davide Balzaretti, il legale dei genitori -. Adesso chiediamo al Tribunale di revocare la sospensione della patria potestà. La terza ragazza, che quasi 16 anni, deve tornare con la sua famiglia».
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