domenica 29 giugno 2008, 09:15
"Ho dato la vita per dimostrare che la Franzoni non ha ucciso"
Maria Grazia Torri, giornalista, scopre per caso un’altra verità sul delitto di Cogne. Indaga e pubblica un libro. Scrittori come Lucarelli, Scurati e Veronesi prima la incoraggiano, ma poi si defilano. E lei a 56 anni si ammala di cancro
La guardi, crocifissa nel letto, consumata da un tumore all’esofago, l’ago della flebo infilato nel braccio, prostrata dai conati di vomito che cadenzano le risposte pronunciate come se ogni volta esalasse l’ultimo respiro, e vorresti smettere subito, chiudere qui la più crudele intervista della tua vita, scappare via, se lei non ti trattenesse ogni volta con lo sguardo, col gesto della mano, con la forza del pensiero. E ti vengono in mente le parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Maria Grazia Torri ha fatto di più: sta dando la vita per una persona che non è sua amica, che non conosce, che non ha mai incontrato, che non le ha mai rivolto la parola, che non le ha scritto neppure una cartolina. È una donna rinchiusa nel carcere bolognese della Dozza. Si chiama Annamaria Franzoni. Tre sentenze pronunciate in nome del popolo italiano l’hanno dichiarata colpevole del peggiore dei delitti: l’assassinio del figlioletto di appena 3 anni.
Maria Grazia Torri fa il mio stesso mestiere, la giornalista, e ha indagato a lungo e s’è convinta che la madre di Samuele non sia affatto un’assassina, che il bimbo sia morto per cause naturali ancorché rarissime: la rottura di un aneurisma cerebrale, cioè di una vena dilatata per una malformazione congenita, seguita da un’emorragia subaracnoidea traumatica e da una crisi epilettica che gli hanno letteralmente fatto esplodere la testa. Ha scritto un volume di 362 pagine, Cogne. Un enigma svelato (Giraldi, Bologna), per dimostrare l’innocenza dell’imputata. Nessuno ne ha parlato, nessuno l’ha recensito, nelle librerie non lo espongono, praticamente è rimasto un samizdat. All’inizio, non trovando un editore disposto a pubblicarlo, con la forza della disperazione era andata a offrirlo a Maddalena Toma, che ha una copisteria di testi universitari a Verona e che ora prega tutti i giorni per lei, perché guarisca.
Ho saputo dell’esistenza di Maria Grazia Torri per caso. Mea culpa. Eppure lei ce l’aveva messa tutta nel gridare al mondo la sua verità, due anni di lavoro e i risparmi prosciugati in questa che era diventata la battaglia della sua vita e che ora sta trasformandosi nella causa della sua morte. «Ho perso il conto dei direttori di giornale, dal Corriere della Sera in giù, alle cui porte ho bussato invano. Ho parlato con Carlo Lucarelli, il conduttore di Blu notte: ha letto la prima bozza del libro, l’ha definito molto interessante ma al dunque s’è tirato indietro. Ho parlato con lo scrittore Tiziano Scarpa, che credevo un amico; già una volta aveva scambiato la mia rasatura da chemioterapia per un taglio di capelli all’ultima moda; ha fatto lo stesso col caso Cogne: non sapendo nulla di aneurismi cerebrali infantili - lui è un romanziere e un poeta, si sa - ha dato il mio libro all’Einaudi ma, invece di appoggiarlo, l’ha stroncato con una scheda di lettura in cui demoliva le “mie” teorie mediche e paragonava i neurochirurghi da me interpellati a “giullari fantasiosi”. Mi sono rivolta al giallista Andrea Pinketts: altro bidone. Ho scritto indignata sul mio blog un’apologia di Émile Zola sul caso Dreyfus: mi ha risposto stizzito Antonio Scurati, il vincitore del premio Campiello che avrebbe voluto far morire Bruno Vespa per interposto killer, dicendomi di mandargli il libro al volo perché lui non era “né un disimpegnato né un pesce lesso”. L’ho fatto: inutilmente. Idem Sandro Veronesi, altro scrittore di grido: ha accampato la scusa che aveva qualcuno malato in famiglia. Allora mi sono rivolta a La 7, a Daria Bignardi, direttrice di Donna quando io curavo una rubrica per quel mensile, ma per lei “non era abbastanza chic” occuparsi di Cogne».