I finiani mi accusano senza conoscere la realtà

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Caro direttore,
in questi giorni, grazie a una sentenza del tribunale di Salerno sulla procreazione assistita, si è aperto un dibattito stimolante, che ha toccato questioni essenziali come il rapporto della politica con la modernità e con la scienza, ma anche il nodo del diritto al figlio sano. Il caso ormai è noto: una coppia portatrice di una gravissima patologia genetica, vorrebbe dare un fratellino al bimbo (fortunatamente in buona salute) che ha già. Per avere la garanzia che anche il secondo figlio sia sano chiede di poter ricorrere alle tecniche di fecondazione in vitro, e in particolare alla selezione genetica, proibita dalla legge. Per farla è necessario produrre un numero molto alto di embrioni, eliminando poi quelli malati; in realtà, visto che solo uno o due embrioni potranno svilupparsi e nascere, tutti quelli in più, anche se privi di difetti genetici, saranno inevitabilmente scartati.
Sul Giornale, la mia collega e amica Melania Rizzoli ha difeso la sentenza, affermando che «la selezione genetica di embrioni sani è equivalente ad una terapia avanzata che impedisce ed elimina una malattia sicuramente mortale». Non è così: la diagnosi preimpianto non cura la malattia, ma elimina semplicemente il soggetto malato, in questo caso l’embrione. Non è medicina preventiva, come l'assunzione di acido folico in gravidanza, che evita alcune malformazioni, tra cui la spina bifida. Selezionare vuol dire affermare che un disabile ha un diritto alla vita attenuato, e che sani e malati non sono in una condizione di parità. Inutile girarci intorno: tutto questo si chiama eugenetica. L’eugenetica è sempre stata introdotta «a fin di bene», motivandola con la pietà e con la necessità di eliminare il dolore. È qui che si inserisce la nuova utopia scientista che, sostituendosi alle grandi utopie sociali del secolo scorso, promette ancora un uomo nuovo, e ci illude che la sofferenza, la malattia, l’imperfezione, l’ingiustizia del caso, si possano sconfiggere e abolire. Un’illusione che trasferisce sul terreno della tecnoscienza la volontà - sempre pericolosa - di modificare la natura umana, di intervenire per «raddrizzare il legno storto dell’umanità». Ha fatto bene Giorgio Israel, sul Giornale di sabato scorso, a sottolineare come sia antiscientifico attribuire alla medicina uno statuto di scienza indiscutibile, in grado di offrire certezze. Per avere conferma sul piano pratico delle acute osservazioni di Israel, basta considerare alcuni studi recenti, assai poco rassicuranti: il tasso di disabilità tra i bimbi selezionati geneticamente sembra essere uguale o addirittura maggiore di quello esistente tra i bambini non selezionati.
Sulla tecnoscienza come nuova utopia della perfettibilità, intrinsecamente illiberale, dovrebbero forse riflettere di più gli amici di Farefuturo. In un articolo di ieri Sofia Ventura mi accusa di promuovere una destra paternalista, antimoderna, e anche un po’ terrorista, perché disegna «piani di manipolazione su larga scala» e scenari che non esistono. Ma la Ventura conosce il dibattito internazionale sulla bioetica, e conosce la realtà e le leggi degli altri Paesi occidentali? Quando cito la normativa inglese, che permette di selezionare embrioni che possono (e sottolineo che si tratta di una possibilità, non di una certezza) sviluppare da adulti un tasso di colesterolo troppo alto, parlo di normative vigenti in un Paese liberale, a noi vicino. Quando ricordo che in America (ma il dibattito è approdato anche in Gran Bretagna) è ammessa la selezione di bambini sordi, eliminando appositamente gli embrioni sani, perché alcuni genitori sordi vogliono figli che abbiano le loro stesse caratteristiche, parlo di legittima applicazione della tecnica negli Usa. Potrei continuare. Ma mi interessa di più un altro argomento proposto dall’articolo: la distinzione tra diritto e libertà. La Ventura conviene che il diritto al figlio sano non può esistere, ma che deve valere la libertà di ricorrere alle tecniche secondo i propri criteri soggettivi. La libertà, però, va regolata, e se non ci fossero norme e divieti, sarebbe possibile fare un figlio a 70 anni, vendere e comprare ovociti ed embrioni, affittare uteri. Perché no? Se deve valere il mio criterio soggettivo, perché mettere limiti? E perché, soprattutto, questa distinzione tra diritto e libertà non vale per il fine vita? Ognuno di noi ha la libertà di morire, di mettere a rischio la propria vita e la propria salute. Ma tutto questo non può essere codificato in diritti esigibili. Esistono norme che impongono la cintura di sicurezza e il casco, e che vietano la vendita dei propri organi o il suicidio assistito. Insomma, sono libero di suicidarmi, ma non posso pretendere che il medico, o il Servizio sanitario nazionale, siano obbligati a garantirmi questa possibilità. Dagli interventi, un fatto emerge con chiarezza: di biopolitica non si può parlare senza entrare nel merito e nel dettaglio delle questioni. Insomma, dobbiamo discuterne di più, e in modo più approfondito.
*Sottosegretario al Welfare

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COMMENTI

12 commenti su  1  2  3   pagine dal più vecchio | dal più recente
#12 rokko (2837) - lettore
il 21.01.10 alle ore 15:51 scrive:
#9 abj14: la questione non è complessa, ma di una semplicità quasi banale. La coppia in oggetto (ovviamente nell'articolo non lo si dice) ha alle spalle quattro tentativi non andati a buon fine, ovvero quattro aborti terapeutici. La malattia di cui si parla condanna infatti a morte CERTA il bimbo entro l'anno di età. Non so lei, io ho figli. Si immagini cosa deve essere per dei genitori mettere al mondo un figlio che morirà certamente in poco tempo. E' questo il senso della legge ? Obbligare alcune persone a veder morire i propri figli entro l'anno di età, solo per la questione di principio che gli embrioni non vanno selezionati in nessun caso ? A me sembra la versione cattolica del burka, del fondamentalismo islamico, della jihad. Lei è libero di pensarla diversamente, ci mancherebbe, ma rifletta prima un pochino. #11 paolo sanfilippo: nel suo caso, purtroppo (per i suoi), si è trattato di lei.
#11 paolo sanfilippo (3) - lettore
il 19.01.10 alle ore 22:34 scrive:
per rokko: perchè quell'embrione potrebbe essere Lei
#10 Bohemian (153) - lettore
il 19.01.10 alle ore 22:21 scrive:
Sono perfettamente d'accordo con Eugenia Roccella per quanto riguarda il contenuto scientifico dell'argomento e le sue motivazioni. Mi trovo un pò meno d'accordo sul fatto che, una differenza di vedute tra lei e Sofia Ventura, venga usato come squallido pretesto per attaccare dalle pagine de "Il Giornale", il presidente della Camera Fini (tanto per cambiare) e i suoi sostenitori. Anche su "Il Giornale" (di proprietà della famiglia Berlusconi), come Lei stessa ha scritto, sono apparse opinioni favorevoli a quella sentenza, eppure, cara Roccella, non ha titolato "i berlusconiani mi accusano senza conoscere la verità". Come mai? Insomma, un buon articolo usato per pura campagna elettorale e per fini (!) privati, diventa inevitabilmente un pessimo articolo. Da buttare, direi. Saluti. Alessandro
#9 abj14 (1071) - lettore
il 19.01.10 alle ore 22:13 scrive:
#7 rokko (1053) 19.01.10 - 14:09 scrive: "Belle parole ma prive di buon senso. Perché impedire ... ? Per una questione di principio ? Per cosa ?" - - - rokko, lasci perdere, la questione è troppo seria e soprattutto troppo profonda per la riserva di ossigeno che le resta; torni in superficie alla svelta.
#8 Falconiere (1094) - lettore
il 19.01.10 alle ore 21:59 scrive:
Posso dire solo che, arrivati nel 2010, la naturalità delle nascite non esiste più da anni e ancora si insiste sulla innaturalità delle nascite stesse. Ma solo per astrusa politica. Come possano sentirsi completamente genitori di un figlio così artificiosamente messo al mondo, non so, pur ammettendo (lo dico per l'uomo) il crisma della paternità.
12 commenti su  1  2  3   pagine RSS commenti | Cosa sono?
Alessandro Sallusti
Gli Stati Uniti lo salutano come il "salvatore d'Europa", lui elogia Berlusconi "statista" ma poi sale in cattedra  continua..
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