Quanto ai paesaggi, a dar retta a loro, oggi come oggi puoi anche lasciar perdere il Cervino, il Monte Rosa e il Gran Sasso ma, in compenso, con il timbro dell’Unesco puoi spedire la cartolina dall’Alto Svaneti in Georgia o, ad Andorra, dal Madriu, con valle omonima. Avete presente le valli pirenaiche? Bene, fate una fotocopia in più e così vi troverete come per incanto nel Principato. Che non avendo nient’altro di cui vantarsi se non i negozi duty free andava comunque sdoganato con un «patrimonio» ad hoc.
Brutti ma proprio brutti sono certi siti di archeologia industriale tipo il Ponte di Vizcaya, le miniere di carbone dello Zollverein a Essen, in Germania; la Città mineraria di Sewell, in Cile. Inseriti per ossequiare quell'ideologia ambientalista che prima fa piazza pulita dell'uomo e poi va a recuperarne gli scheletri. Tra i «patrimoni dell'umanità» non ci sono il Duomo di Milano, il Palazzo di Cnosso, la Tour Eiffel, l'Antartide. Però su 890 siti segnalati, più di 80 sono porzioni di foresta tropicale o sub-tropicale. Alcuni angoli mozzafiato del pianeta, come le cascate dell'Iguazú argentino-brasiliane o la foresta di mangrovie tra India e Bangladesh, ma anche parecchie «sòle» come Lopé-Okanda in Gabon, Le Morne Brabant nelle Mauritius, Morne Trois Pitons a Dominica o Manovo-Gounda St. Floris nella Repubblica Centrafricana. Paesi che vengono premiati in un eccesso di generosità ma che qualche volta fanno persino autogol come è accaduto in Oman.
Qui l'Unesco aveva inserito il Santuario dell'Orice d'Arabia (una razza particolare di antilopi) ma il «patrimonio» è stato radiato nel 2007, dopo che il sultano ha deciso che 450 orici erano troppi e ne ha lasciati giusto una sessantina. Meno male che nel segno della «biodiversità» e della «cultura» criteri conclamati dai soloni dell'Unesco, possiamo rifarci a Ibiza saltando da una discoteca all'altra. Spendendo un patrimonio. Senza immaginare che ci troviamo in un «patrimonio».
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