Questo articolo è la miglior dimostrazione del contenuto politico-finanziario degli attacchi giudiziari a Berlusconi, concentrati, guarda caso, in un ristrettissimo periodo di tempo e degli scopi della loro strumentalizzazione. Ma l’editoriale del Financial Times, probabilmente pensato prima della «settimana rovente» antiberlusconiana appare, a settimana conclusa, una sortita infelice. Le cose non sono andate come, in quegli ambienti, si prevedeva e gli argomenti addotti dal quotidiano britannico fanno acqua da tutte le parti.
Infatti nella deposizione di Spatuzza l’unico straccio di prova addotto per collegare Berlusconi alla mafia è il fatto che la Standa, che era allora di Fininvest, aveva aperto una filiale nel quartiere Brancaccio di Palermo. Poiché in questo quartiere c’è una Ipercoop, dalla «prova» di Spatuzza, si dovrebbe desumerne che la Lega delle cooperative è legata alla mafia. La Corte d’Appello di Milano, stando alla sentenza del Tribunale avrebbe dovuto sequestrare 750 milioni di euro a Fininvest a favore di De Benedetti. Invece si è limitata a stabilire una cauzione. Questo è un altro insuccesso della settimana rovente. Mentre aveva luogo il No-B day venivano arrestati Nicchi e Fidanzati il numero 2 e il numero 3 dei vertici di Cosa nostra e subito dopo Salvatore Caruso, capo del clan Capello. Sicché la manifestazione ha dato più l’impressione di essere a difesa della mafia che contro Berlusconi. Quanto a Fini, dopo le critiche a Berlusconi, che lo hanno fatto osannare dalla sinistra ora ha constatato che le accuse di concorso esterno con la mafia sono prive di argomenti.
Quindi la citazione del Financial Times è un «fuori gioco». È vero che, come argomenta il Financial Times, gli attacchi giudiziari a Berlusconi creano un ostacolo alla attività del governo, e ciò soprattutto per le riforme strutturali, importanti per l’economia italiana. Ma questo dimostra che la Corte costituzionale ha sbagliato ad abrogare la legge sulla non processabilità delle alte cariche dello stato durante il loro mandato e che è corretto introdurre norme di legge ordinaria sul rinvio dei processi ai membri del governo durante lo svolgimento delle loro attività. Dunque il legiferare su ciò non è una distrazione dai compiti del governo per l’economia, ma uno strumento per svolgerli con maggiore efficienza. Non si è mai avuta l’impressione che il Financial Times amasse tanto la causa italiana, da suggerirci i rimedi più efficaci su come affrontare i nostri problemi. La verità appare opposta. Il deficit del bilancio inglese è al 15 per cento, tre volte tanto quello italiano. Il rapporto col Pil del debito pubblico britannico che sino al 2007 era inferiore al 60% è attualmente al 100% e forse oltre. E, secondo gli analisti di Bnp Paribas, potrebbe arrivare al 160% nel 2020. Standard & Poor’s sta per abbassare il rating del debito inglese. E la sterlina che nel 2007 era di 0,70 euro è ora a quota 0,905 ed è arrivata anche a 0,95. Come conseguenza il Pil inglese è diventato minore di quello italiano. La sindrome del sorpasso dell’Italia sulla Gran Bretagna è tornata. Una crisi del nostro governo proprio ora che stiamo uscendo dalla crisi sarebbe deleteria per le nostre finanze e per la nostra economia e distrarrebbe per un po’ i mercati dai problemi inglesi. Il miglior consiglio è di non seguire quelli del Financial Times.
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