Mondovì (Cuneo) - «La delinquenza dei nomadi è per l'Italia del Nord quello che la mafia e la camorra sono per l'Italia del Sud. Imeccanismi di fondo sono uguali: controllo del territorio, spartizione intimidazione, struttura gerarchica. Per questo ho deciso che era doveroso accusare le bande di nomadi del reato di associazione a delinquere. E le sentenze mi hanno dato ragione». Il pubblico ministero Ezio Basso è nato a due passi da qui. E qualcosa vorrà dire il fatto che senta come sue questa terra, questa gente, queste montagne che ingombrano l'orizzonte.
Quando alle sette e mezza del mattino va in ufficio i passanti lo riconoscono e lo salutano. Da lui si aspettano tutela. E poiché qui a tartassare gli onesti è da sempre una colonia di nomadi, ilpmEzio Basso ha applicato la legge con durezza. Anzi, dice lui, «con cattiveria ». Ha, per la prima volta in Italia, contestato ai nomadi l'articolo 416 del codice penale: associazione a delinquere. Risultato: trecento arresti, duecento condanne. Pesanti. Una sera gli hanno tirato tre molotov sul balcone di casa, incendiando la stanza dove giocava il figlio di un anno e mezzo. Appena comprata l'auto gliel’hanno devastata. Chi è stato? «Sono stati loro, ovviamente» sorride Basso. «L'indagine è stata mandata a Milano e lì credo sia stata archiviata a opera di ignoti. Ma di dubbi non ne ho».
Eppure, dottore, l'accusa
di associazione a delinquere
contrasta con l'immagine
che da sempre abbiamo
dei reati dei nomadi, una
criminalità disorganizzata,
spontanea, quasi a basso
impatto.
«Niente di più sbagliato. Le
nostre indagini ricostruiscono
gruppi organizzati in modo
stabile, con una struttura
logistica: il territorio diviso
tra le varie bande, le auto
per compiere i furti anche a
grandi distanze, le radio per
i collegamenti, gli scanner
per intercettare la polizia, i
basisti, la rete dei riciclatori,
le donne pronte a rivendere
la merce rubata immediatamente
in modo tale da rendere
vane le nostre perquisizioni.
Tutto viene pianificato
dai capi. E la figura del
capobanda coincide quasi
sempre con quella del capofamiglia.
Certo, se è in là
con gli anni, a scavalcare i
cancelli manda i figli. Ma è
al corrente di tutto».
La mafia, al Sud, incute soggezione,
sudditanza. Davvero
si può dire la stessa cosa
dei nomadi al Nord?
«Come il mafioso, il nomade
è riconoscibile. Lo riconosci
da come si veste, da come si
muove, da come è fatto, da
come parla. Un negoziante
o un artigiano quando se lo
trova davanti sa che gli conviene
subire. “Guarda che
sappiamo dove tieni i camion”,
si è sentito dire in faccia
un piccolo imprenditore
di qui. E se ti bruciano i camion
non lavori più».
In concreto, cosa cambia
l'accusa di associazione a
delinquere?
«Cambia molto. Se io scopro
gli autori, sempre gli stessi,
di dieci furti posso farli condannare
per ognuno di questi
reati e la pena resta blanda.
Ma se io mi convinco di
trovarmi davanti ad un sodalizio
criminale stabilmente
organizzato, è la legge stessa
a impormi di muovere
l'accusa di associazione a
delinquere. A quel punto le
pene cambiano molto. E
cambia anche il trattamento
in carcere. Finire qualche
giorno in cella per un furto
per loro fa parte del gioco.
Invece a questo tipo di accuse
non sono preparati».
1
2
3
4
5
6
7
pagine
dal più vecchio
|
dal più recente












