I sindacati e l'abbuffata dei corsi di formazione

Ecco il "grande" business dei corsi: sindacati e Regioni si mangiano 1,6 miliardi di euro. E i lavoratori restano disoccupati

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Dovrebbe essere il grimaldello per riprendere tanti posti di lavoro, l’arma anti-precari, l’alternativa alla cassa integrazione. Invece è uno scandalo nazionale. La formazione professionale è un business che procura una montagna di soldi ai professionisti dei corsi e una valanga di delusioni ai disoccupati. Assenza di controlli, truffe, avidità degli organizzatori - tra cui primeggiano i sindacati e le associazioni di categoria, difensori più di se stessi che dei lavoratori – spesso vanificano l’utilità dei corsi.

UN FIUME DI DENARO
Il denaro arriva soprattutto dal Fondo sociale europeo. Secondo l’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) le risorse complessive disponibili ammontano a 1,6 miliardi di euro l’anno: ai finanziamenti Fse si aggiungono stanziamenti ministeriali (Welfare e Istruzione), regionali e dei Fondi interprofessionali alimentati dal prelievo obbligatorio dello 0,30 per cento sui salari.
È una delle spese più basse d’Europa: la Germania investe quattro volte di più, la Spagna tre. La torta potrebbe però presto aumentare con circa 8 miliardi di euro oggi usati per la cassa integrazione. Nella riforma dell’articolo 18, infatti, il ministro Elsa Fornero ipotizza di ridurre gli ammortizzatori sociali a favore della riqualificazione professionale. È la filosofia della «flexsecurity»: ti licenzio ma ti aiuto a trovare un diverso impiego.

IL LAVORO CHE C’È
I corsi di formazione dovrebbero dunque adeguare i disoccupati alle nuove esigenze del mercato del lavoro. Le forme sono molteplici: orientamento, tirocinio, apprendistato, consulenza, borse di lavoro. Una ricerca dell’Isfol presentata lo scorso novembre mostra la crescita delle professioni elementari e la stagnazione di quelle molto specializzate. Il lavoro non mancherebbe, secondo le statistiche. Unioncamere calcola che nel 2011 sono rimasti vacanti quasi 120mila posti per la mancanza di professionalità adeguate: commessi, camerieri, operatori informatici, contabili, elettricisti, ma anche operai specializzati, infermieri, autisti di pullman, fornai.
Tra gennaio 2010 e giugno 2011 (dati Isfol) sono state erogate 95mila ore di formazione continua con il coinvolgimento di 61mila imprese e quasi due milioni di frequentanti. Nell’ambito dell’istruzione professionale scolastica, secondo il Rapporto 2010 elaborato dalla Fondazione per la Sussidiarietà, il 30 per cento di chi ha conseguito una qualifica trova lavoro entro un mese, il 31 per cento entro sei mesi mentre un quinto resta disoccupato.

IL CAOS NELLE REGIONI
Ma i dati nazionali rappresentano una media che non trova riscontro effettivo nella realtà. La formazione professionale compete alle regioni. E sono elevatissime le disparità. A cominciare dalla quantità di soldi spesi: in testa si trova l’Emilia Romagna con 395,5 milioni di euro; in coda soltanto regioni del Sud. Nel triangolo Lombardia-Veneto-Emilia molte realtà formative funzionano, altrove è una giungla.
Prendiamo il caso Sicilia, regione con un tasso di disoccupazione doppio rispetto alla media nazionale. La Corte dei conti ha quantificato in 1,9 miliardi di euro i fondi Fse riversati nell’isola dal 2003 al 2010, cui si aggiungono altre decine di milioni per finanziare gli uffici pubblici per l’impiego. Soldi che sono andati a sovvenzionare l’esercito di 400 enti accreditati e i loro 7.300 stipendiati. Per ogni corso di formazione ha infatti trovato un posto soltanto un disoccupato e mezzo.
«L’effettivo avviamento al lavoro di un giovane siciliano costa ai contribuenti 72mila euro», ha detto il procuratore della Corte dei conti. I formatori non risolvono i problemi di occupazione altrui, ma i propri sì. E il 60 per cento delle assunzioni come addetti alla formazione (metà docenti, metà impiegati) è avvenuto dal 2000 in poi, con picchi nel 2006 e 2008, alla vigilia delle elezioni.

UN BUSINESS PER I SINDACATI
Le lezioni sono organizzate da una miriade di realtà: in primo luogo i sindacati e le associazioni di categoria, e poi enti locali, professionisti, consulenti, enti legati a partiti politici. Non c’è un programma preciso né uno svolgimento standard; possono durare da 10-20 ore fino a 300-400. A volte i corsi prevedono sussidi mensili per gli iscritti, trasformandosi così in potenti macchine di consenso, e non garantiscono sbocchi. Non c’è un dato sintetico nazionale che indichi quanti corsisti riconquistino effettivamente un posto. In Veneto, una delle regioni più efficienti, trova lavoro subito soltanto un quarto dei neolaureati che hanno frequentato i master di Confindustria Venezia (il 47 per cento entro un anno). Sarà per questa sfiducia che a Treviso vanno deserti 40 posti su 100 per l’aggiornamento professionale offerti gratis da Unindustria ai lavoratori in mobilità.
Verifiche e rendiconti spesso sono obblighi non rispettati. Molte regioni non sono nemmeno in grado di valutare la qualità dei training e stabilire se i corsi si siano davvero svolti; ma i professionisti della formazione sono comunque abilissimi nell’accaparrarsi i fondi. Nel marzo 2010 la provincia di Firenze lanciò una gara da tre milioni e mezzo di euro per erogare circa tremila «voucher lavorativi». Di colpo in ognuna delle nove zone in cui era stato suddiviso il territorio nacque una cordata condotta da agenzie di formazione riconducibili a sindacati e categorie: a Firenze centro la Confesercenti, a Firenze nord la Cna, nel Mugello la Cgil, nel Chianti la Uil, eccetera. Nessuna sovrapposizione, nessuna concorrenza, secondo una regìa collaudata che tiene lontani i privati. Gli organizzatori avrebbero incamerato fino al 50 per cento delle somme disponibili, come rivelò l’assessore alla Formazione, Rosa Maria Di Giorgi. La Cna fiorentina specificò di trattenere «solo» il 25 per cento.
I tribunali di tutta Italia sono pieni di fascicoli su truffe, vere o presunte, sulla formazione professionale. Centinaia di migliaia di euro pubblici arraffati per istituire fantomatici corsi che non si sono svolti o non hanno prodotto lavoro. Tangenti per dimenticare «stage» inesistenti ma regolarmente finanziati. Amministratori pubblici, funzionari, imprenditori che intascano i fondi per il collocamento dei disabili. Nel 2011 la Guardia di finanza ha denunciato frodi con finanziamenti comunitari per 250 milioni di euro.
Negli ultimi mesi le cose stanno cambiando. La scure dei tagli falcidia anche la formazione professionale e le regioni sono in grave ritardo nei pagamenti. Diminuiscono i fondi strutturali e quindi anche i bandi. A breve arriverà in Italia un’altra task force di Bruxelles per scongelare le risorse del Fse 2007-13 non ancora spese. Ed entro aprile bisognerà definire la riforma dell’apprendistato con le intese collettive per ciascun settore. Tagli, lentezze e incertezze minano l’intero sistema della formazione: gli sprechi ma anche i casi di sostegno reale a chi cerca lavoro.

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COMMENTI

49 commenti su  1  2  3  4  5  6  7  8  9  10   pagine dal più vecchio | dal più recente
#49 spinnaker53 (7) - lettore
il 02.03.12 alle ore 10:59 scrive:
I sindacati? Sacrosanti. In Italia? una pagliacciata politicizzata con tante volpi sotto le ascelle, con benefits e permessi da record di assenteismo. Il risultato di 40 di lotte? Le aziende chiudono lo stesso, l'occupazione non cresce, gli stranieri non investono e gli stipendi sono i più bassi d'Europa e fronte di un costo del lavoro tra i più alti. Un vero successo. Art. 18? potrebbe andare. Ma l'applicazione è un disastro. Che si mettano delle regole serie e che si smetta con le reintegrazioni che urlano vendetta mortificando il buonsenso.
#48 asnoss (1) - lettore
il 22.02.12 alle ore 15:21 scrive:
noi come associazione nazionale degli operatori socio sanitari ci avevano accusato di fare corsi oss falsi in sicilia noi non siamo dentro nella torta ma facciamo solo corsi di formazione ai nostri iscritti e non prendiamo nessun contributo da nessuno perchè diamo parecchio fastidio a certe sfere
#47 02121940 (7430) - lettore
il 20.02.12 alle ore 20:19 scrive:
Come si munge una mucca? Che io sappia o a mano, il metodo antico, o con una mungitrice elettrica. Come si munge lo Stato? Non c'é possibilità di elencare e classificare la grande varietà di modalità inventate al riguardo, ma certamente quello dei corsi di formazione è uno dei più antichi. Ci sono stati corsi organizzati solo sulla carta, mai materialmente eseguiti, ma regolarmente pagati. Il caso della Sicilia è emblematico: faccio un corso, ricevo i contributi e faccio assumere un predestinato per dimostrare che è servito a qualcosa. Esito finale? Era meglio ripartire direttamente tra i corsisti il finanziamento, almeno ci avrebbero mangiato qualche giorno. Il solito scandalo all'italiana e non meraviglia la compartecipazione dei sindacati.
#46 02121940 (7430) - lettore
il 20.02.12 alle ore 20:18 scrive:
Riprovo1 A quanto si legge Unioncamere ha calcolato che nel 2011 sono rimasti vacanti quasi 120mila posti di lavoro “per la mancanza di professionalità adeguate: commessi, camerieri, operatori informatici, contabili, elettricisti, ma anche operai specializzati, infermieri, autisti di pullman, fornai”. Non credo che sia solo questione di professionalità. Il fatto è che i giovani italiani non vogliono fare questo tipo di lavori, dopo essere stati preparati mentalmente per lavorare esclusivamente dietro ad una scrivania, al caldo, possibilmente con un computer davanti, per chattare con gli amici. E il lavoro passa di mano a rumeni, polacchi, indiani, ecc., che invece hanno voglia di lavorare e si accontentano di poco.
#45 Vinvag (28) - lettore
il 20.02.12 alle ore 19:07 scrive:
@ Kallyann (prosegue). In aggiunta se si riesce bisogna fare un po' di ricerca di mercato, raccogliendo le giuste informazioni, sulla domanda-offerta della professione di interesse. Ci sono ancora professioni impiegatizie dove serve ogni anno qualche migliaio di nuovi giovani da inserire e per i quali non ci sono corsi scolastici o universitari che li formano. Solo i corsi professionali FSE costituiscono in quei casi il veicolo per fornire una prima formazione di base che facilita l'inserimento nel mercato del lavoro. A quel punto, anche se si è laureati con tanto di 110 e lode, è il caso di abbandonare ogni puzza sotto il naso e invece di frequentare un master (oramai iperinflazionati) meglio indirizzarsi verso un corso professionale con buone probabilità di sbocco lavorativo. Se si è laureati si fa poi comunque carriera più rapidamente. Indietreggiare per saltare meglio, dicono i francesi.
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