Il caso/ La Fao mangia soldi, poi fa lo sciopero della fame

Il pradosso, la protesta del direttore generale: "Non arrivano più fondi". Ma due terzi del budget finiscono in burocrazia

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Accade a volte che ammirevoli decisioni, prese con i migliori propositi, causino imprevisti effetti controproducenti. O involontariamente comici. Come lo è, al netto della drammatica situazione che intende denunciare, la scelta del direttore generale della Fao, Jacques Diouf. Il quale, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema dell’insicurezza alimentare in vista del vertice dell’Organizzazione previsto domani a Roma, ha scelto di impegnarsi in uno sciopero della fame. Di 24 ore.
Jacques Diouf ha iniziato il suo mediaticamente chiassoso digiuno di protesta contro il silenzio dell’informazione sulla fame nel mondo venerdì sera; ha passato la notte scorsa su un materassino all’ingresso del palazzo della Fao, sul viale delle Terme di Caracalla a Roma; e lo ha concluso ieri sera, a cena. «È un atto dimostrativo per spronare i governi a impegnarsi per garantire il diritto al cibo per tutti», ha dichiarato. Guadagnandosi la solidarietà e l’emulazione del segretario generale dell’Onu Ban ki Moon e del sindaco di Roma Gianni Alemanno.
Paradosso solo apparente di un gesto che nega in ambito personale ciò che si pretende a livello universale - è indubbio che avrebbe avuto più eco e maggior forza provocatoria un’enorme abbuffata con vergognosi sprechi di cibo imbastita davanti alla sede della Fao -. In realtà l’appello di Jacques Diouf (sacrosanto, intendiamoci) pone l’attenzione mondiale su un evento ad altissima emotività - nel nostro pianeta ogni sei secondi un bambino muore per fame o per malattie collegate alla malnutrizione - spostandola però da un problema invece a bassissima «notiziabilità»: pochi sanno, e pochissimo si dice al proposito, che due terzi del budget della Fao si perdono in costi di gestione dell’elefantiaca struttura, e solo un terzo è impiegato nell’accrescimento dei livelli di nutrizione e nell’aumento della produttività agricola dei Paesi cosiddetti del «terzo mondo».
Istituzione benemerita, irrinunciabile e di per sé insostituibile, la Fao nel biennio 2008-2009 ha potuto contare, grazie ai contributi dei 191 Paesi membri, su un budget di 930 milioni di dollari (più 800 milioni di donazioni private) dei quali solo 248 milioni, ossia il 27%, viene destinato concretamente al settore dell’alimentazione e dell’agricoltura. Il resto lo «brucia» la burocrazia. Come dire? Tagliare un pranzo dal proprio regime dietetico è gesto quanto mai nobile e meritevole. Tagliare carte, scartoffie e spese di rappresentanza sarebbe provvedimento più che mai utile e doveroso.
Le cifre che compaiono negli schemi illustrativi dei bilanci di previsione della Fao per il biennio in corso - e le proporzioni sono simili per il 2006/2007 quando il budget fu di 765 milioni di dollari - dimostrano che solo una parte dei soldi, abbondantemente al di sotto della metà del totale, viene effettivamente impiegata per incrementare la produzione agricola nelle zone più sfortunate del pianeta e migliorare la vita delle popolazioni rurali. La maggior parte dei fondi scorrono nei dispersivi canali dei vari programmi di «cooperazione tecnica», dell’informazione, dell’«interscambio di conoscenze», della direzione, dell’amministrazione...
Si calcola che la Fao, nell’attuale biennio, finirà con lo spendere 21 milioni di dollari per gli uffici della direzione generale e 126 milioni per i servizi di supervisione. L’ufficio del direttore generale costa 9 milioni e 148mila euro. E l’ufficio di coordinamento con l’Onu usufruisce di 2 milioni e 800mila euro. Sono solo alcuni esempi. Poi ci sono le sedi distaccate: la sede dell’Asia di Bangkok, il più costoso degli uffici periferici, ha a disposizione 18 milioni. La sede dell’America latina di Santiago ne ha 12. E l’ufficio africano di Accra quasi 11. Nella comunicazione la Fao investe 19 milioni di dollari a biennio, più di quanto destini ai mezzi e alle infrastrutture agricole; mentre le statistiche di settore costano quasi 13 milioni di dollari. E anche il capitolo dedicato all’«incontro culturale» ha i suoi (sempre inevitabili?) oneri amministrativi: 21 milioni di dollari... In questo senso, lo sciopero della fame di Jacques Diouf per solidarietà con il miliardo di persone che nel mondo soffrono di malnutrizione cronica, è a maggior ragione esemplare ed encomiabile. Perché gratuito.
Luigi Mascheroni
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COMMENTI

25 commenti su 1  2  3  4   5   pagine dal più vecchio | dal più recente
#5 Pino (406) - lettore
il 15.11.09 alle ore 12:55 scrive:
Fame nel mondo! Perchè nessuno ci dice quanti figli mettono al mondo le famiglie che si trovano in questi paesi dove si muore di fame? Allora prima di parlare di fame, bisogna che si dia una regolamentazione alle nascite, prima di portare il pane o insieme al pane bisogna portare preservativi e fare come in Cina dove le nascite sono state regolamentate. Ricordate tutti che se ogni africano mette al mondo dieci figli e tutti dovessere vivere, tra pochi anni questi giovani verranno a bussare alle nostre porte, e noi non sapremmo più cosa fare. Questa mia non è cattiveria ma solo presa visione della realtà.
#4 gigigi (1245) - lettore
il 15.11.09 alle ore 12:18 scrive:
Quel miliardo di persone di cui parla la foto esposta dietro all'uomo di colore, visibile nel servizio, dovrebbe essere portato tutto al palazzo della FAO a Roma. Solo cosi, si potrebbero cacciare letteralmente quegli autentici farabutti, che occupando gli scranni del palazzo, si mangiano sistematicamente tutto cio' che i Paesi generosi danno loro per fare carita' a quei poveracci.
#3 angelarossi (271) - lettore
il 15.11.09 alle ore 10:14 scrive:
24 ore di digiuno non sono nulla, anzi fanno pure bene. Perchè invece non dà il buon esempio dimezzandosi lo stipendio e anzichè avere la sede a Roma non si sposta in Africa dove l’affitto di un palazzo costa un quarto? Se si diminuissero i lauti stipendi e licenziassero un po’ di parassiti, i poveri vedrebbero raddoppiati gli aiuti finanziari. Invece mi pare che queste organizzazioni terzomondiste vedano i finanziamenti solo come una torta da spartire fra loro, lasciando al povero solo le briciole, giusto per salvare le apparenze. Kofi Annan, che faceva tanto il filantropo pacifista, aveva piazzato i figli nei posti chiave, come la gestione dell’ “oil for food” per la quale i rampolli sono stati poi accusati di corruzione e truffa. Mi pare proprio ingiustificabile continuare a chiedere soldi e incolpare chi ha sempre pagato generosamente.
#2 pierfabro (1086) - lettore
il 15.11.09 alle ore 10:02 scrive:
per fortuna che qualcuno si è accorto che i soldi dati servono per l'apparato e pochi vanno ai diseredati. il boss ha avuto un bel coraggio a fare lo sciopero della fame per un giorno, sicuramente il giorno prima aveva fatto il pieno di proteine nobili per poter sopportare i "morsi della fame" dello sciopero.
#1 Giulio42 (852) - lettore
il 15.11.09 alle ore 9:29 scrive:
Non esiste una legge internazionale che controlla i bilanci delle associazione no profit ? Ossia, quanto destinano alla causa per cui raccolgono fondi e quanto spendono per la loro gestione, viaggi pranzi ecc. I limiti dovrebbero essere imposti per legge se si vuole dare un senso logico a queste organizzazioni. La mancanza di regole spiegherebbe anche il proliferare di queste organizzazioni.
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