Accompagnatrice d’alto bordo reinventatasi imprenditrice col pallino di fare l’albergatrice, la signora era rimasta impigliata negli ingranaggi della burocrazia del capoluogo pugliese. Un terreno di periferia, un rustico, l’ossessione di costruire un residence. Ma il suo fascicolo rimaneva lì, bloccato, privo del timbro perché senza permessi giusti. Gli uffici comunali le sbattevano in faccia «niet» uno via l’altro: progetto non in sintonia con il piano regolatore. Trafile con gli architetti, scadenze, altre richieste e altri intoppi: niente da fare, se non si può non si può. È stato così che, a differenza di un signor Bianchi o Rossi, la signora D’Addario ha scelto la scorciatoia, l’aiutino, il jolly. Disse più volte che ne aveva parlato anche a Berlusconi e, a fronte di una rassicurazione che poi non è arrivata mai, ha deciso il piano B: vuotare il sacco, raccontare, sputtanare, vendicarsi. Le serate a palazzo Grazioli, la combriccola Tarantini, le foto scattate in bagno e i nastri su cui registrare tutto. Da sbobinare al mondo intero qualora il via libera alla cazzuola non fosse arrivato. Sarà putiferio. E putiferio è stato.
Ma adesso Patrizia ha avuto la rivincita: quattro giorni fa il fascicolo che porta il suo nome è passato sul tavolo degli uffici della ripartizione urbanistica della sua città. Verifica delle condizioni di fattibilità dei suoi sogni, due o tre raccomandazioni per garantire sicurezza dei cantieri e rispetto del paesaggio, audizioni degli architetti e oplà: il timbro giusto è arrivato, il nulla osta concesso. I mattoni della D’Addario s’impilino pure dove e come chiede la signora, l’area è buona e non c’è neppure il rischio di alluvione. Manca soltanto l’ultimo inghippo, quello relativo alla Sovrintendenza ai Beni ambientali e paesaggistici che di solito fa ulteriori pulci a qualsivoglia progetto. Ma il grosso è fatto, dall’amministrazione c’è il disco verde per un faldone che ha fatto capolino negli stanzoni dell’ente locale fin dagli anni Settanta, portato lì da papà D’Addario. Poi la figlia ne aveva raccolto il testimone, variato la destinazione di un intervento già autorizzato, richiesto nuovi permessi, sbattuto contro funzionari e una montagna di codicilli e di norme edilizie da rispettare.
Proprio per questo pare che nel 2008, snervata da cotanta burocrazia, la signora si sia presentata nella sede del movimento «La Puglia prima di tutto». S’era offerta come paladina dei diritti di tutti quei cittadini sommersi dalle pastoie burocratiche. Aveva chiesto un posto in lista durante le elezioni comunali della primavera di quell’anno per contribuire ad abbattere il sistema instaurato dal sindaco Emiliano. Candidatura arrivata puntuale quanto il suo flop, visto che ottenne la bellezza di sette voti sette. Ma il suo gol è sempre stato quello di sbloccare quello stramaledetto cantiere. Fallita la via politica, la D’Addario ha capito che le armi più utili per andare a rete erano altre: un telefonino, un registratore e tanto, tanto pelo sullo stomaco. Il gol è arrivato grazie all’assist dell’amministrazione Emiliano. Probabilmente è anche tutto regolare e la marcatura non è viziata da alcun fuorigioco. Se così fosse resta un’inquietante domanda: ma ne valeva davvero la pena?
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