Il retroscena Dietro la rottura gli affari italiani sul petrolio in Irak

Il segreto della definitiva rottura con l’Iran - annunciata, non a caso, dalla platea della Knesset dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e amplificata in parte dall’attacco all’ambasciata - è tutto qui

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Un’uscita plateale preceduta da una meticolosa preparazione diplomatico-economica. Il segreto della definitiva rottura con l’Iran - annunciata, non a caso, dalla platea della Knesset dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e amplificata in parte dall’attacco all’ambasciata - è tutto qui. Un’uscita attentamente progettata e pazientemente messa in opera da un governo sempre più preoccupato dalla corsa al nucleare iraniana. Ma anche, come spiega al Giornale il sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica, dalla necessità di rivedere l’imbarazzante politica estera del governo Prodi.
«Nel 2008 la nostra prima esigenza fu mettere fine alla politica d’equidistanza impostata dal ministro degli Esteri D’Alema e affermare come punto cardine il problema della sicurezza d’Israele». La difficoltà di quella sterzata - come capiscono immediatamente alla Farnesina - è scritta nei numeri. L’equidistanza dalemiana e la disponibilità di Romano Prodi - uno dei pochi leader occidentali pronti a stringere la mano a Mahmud Ahmadinejad - hanno consentito nel 2007 di sorpassare la Germania e trasformare l’Italia nel primo partner commerciale europeo della Repubblica islamica. Tornare indietro non è facile. Fare affari in Iran significa tessere relazioni personali e diplomatiche. Un compito affidato, fino al 2008, all’ambasciatore Roberto Toscano. Il suo successore ambasciatore Alberto Bradanini si ritrova a dover disfare e ridimensionare la complessa tela. Anche perché l’ordito sta subendo mutazioni inaccettabili. Fino al 2006 gli interlocutori politici o commerciali sono ancora uomini del potente ex presidente Alì Akbar Rafsanjani, o personaggi della fazione più pragmatica e disponibile dei cosiddetti «conservatori pragmatici» come l’attuale presidente del parlamento Alì Larijani. Dopo il 2006 i vecchi interlocutori vengono spazzati via e sostituiti da personaggi - legati ai Guardiani della Rivoluzione e ai più falchi tra gli ayatollah - che impongono un pesante controllo sui rapporti politici economici. Il mutamento è particolarmente evidente nel settore energetico. In quell’ambito le compagnie controllate dai pasdaran esercitano ormai il monopolio. Tutti gli affari di una certa rilevanza subiscono, comunque, la pesante interferenza della nuova casta di potere succeduta ai riformisti di Khatami.
«I primi segnali risalgono al tempo del primo governo Berlusconi quando ci viene offerta un’importante gara per la costruzione del nuovo aeroporto di Teheran condizionata però dalla necessità di intrattenere rapporti con precisi esponenti del regime, una gara - ricorda il sottosegretario Alfredo Mantica – che preferimmo lasciare alla Germania». Il momento della verità arriva prima delle presidenziali iraniane dello scorso giugno. I segnali provenienti da Israele e Washington si fanno pressanti. I rapporti riservati danno per certa la corsa all’arma atomica di Teheran e forniscono le prime anticipazioni sull’individuazione, intorno a Qom di un impianto segreto per l’arricchimento dell’uranio. Il voto di giugno, la truffa elettorale, la discesa in piazza dell’opposizione e la pesante repressione garantiscono alla nostra ambasciata l’occasione per metter a segno la prima importante rottura annunciando la disponibilità ad accogliere dissidenti in fuga. Questa prima netta presa di distanza è facilitata dall’eccellente lavoro offerto dall’Eni di Paolo Scaroni che ricorda Mantica «congela il capitolo iraniano, mette a segno importanti partite in Africa e Kazakistan chiudendo poi gli accordi sul petrolio iracheno». La consacrazione di quel lavoro arriva il 16 dicembre scorso quando il ministro degli Esteri iracheno Hoshyar Zebari suggella con una visita alla Farnesina le commesse per lo sfruttamento di alcuni pozzi di petrolio iracheni vinte dall’Eni. A quel punto dell’oro nero e del gas iraniano si può anche fare a meno. L’ultima pressante accelerazione viene imposta a poche ore dalla partenza di Berlusconi per Gerusalemme quando il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini, reduce dalla conferenza sull’Afghanistan di Londra, comunica la volontà di Stati Uniti, Francia e Inghilterra di procedere a durissime sanzioni nominali contro gli esponenti dei pasdaran e del regime iraniano responsabili dei settori chiave del nucleare e dell’energia. Per evitare rapporti non chiari con personaggi prossimi a finir nel mirino della diplomazia internazionale bisogna chiudere nella maniera più veloce ed efficace il processo iniziato nel 2008. A mettere la parola fine agli ormai inaccettabili rapporti con il regime dell’ayatollah Alì Khamenei ci pensa - con una mossa che non lascia spazio a dubbi - lo stesso Presidente del Consiglio.

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COMMENTI

6 commenti su  1  2   pagine dal più vecchio | dal più recente
#6 marcopagliarino (765) - lettore
il 10.02.10 alle ore 17:31 scrive:
ancora dobbiamo pagare le azioni di quel governo di sinistra che ha buttato al vento relazioni internazionali ma anche altro solo pr la loro insaziabile fame di soldi la quale non e'mai finita sono proprio una vergognia nazionale non sara'facile cancellare le varie onte a qui tutti volenti hanno assistito e per cui tutti dovranno pagare Marcopagliarino
#5 ermetere (1554) - lettore
il 10.02.10 alle ore 16:41 scrive:
A #4 virgo74: I contratti persi con l'Iran,petroliferi e di gas, li abbiamo già rimpiazzati. Come detto dall'autore, Kazakistan, Africa (dopo la guerra civile, pure in Angola c'è il petrolio, ma non solo lì), poi la Libia di Gheddafi,musulmano sì, ma più realista del Re, e di fatto alquanto menefreghista delle questioni mediorientali come Israele (basti pensare che lui,che di terrorismo ne ha fatto a titolo personale,Lokerbie insegna, i terroristi islamici in casa propria li fa impiccare in 5 minuti).Restano i contratti cosiddetti civili, che forse potrebbero danneggiarci, tipo quelli delle industrie metalmeccaniche (macchine per la lavorazione di legni,metalli,packaging,...) nelle quali siamo tra i primi partner dell'Iran,dietro appunto alla Germania, e più della Francia (che vende soprattutto armi).Ma si tratta di settori dove i pasdaran del meccanico (Ahmadinejad sta all'ingegneria come l'imbianchino Hitler stava alla pittura) non hanno interessi.E senza si ferma il loro quotidiano.
#4 virgo74 (94) - lettore
il 10.02.10 alle ore 13:41 scrive:
mi auguro che i contratti persi con l'Iran li rimpiazzi israele complimenti, come fare del male a questo paese mi pareche non ci rendiamo conto del lavoro perso per colpa di Israele
#3 paoletto (96) - lettore
il 10.02.10 alle ore 13:30 scrive:
"e ancora una volta il nostro governo dà una lezione di coerenza e di etica"(SIC) si certo, come con gheddafi
#2 Daniele FINZETTO (339) - lettore
il 10.02.10 alle ore 12:37 scrive:
Immaginavo un retroscena simile ora ne ho la conferma. Operazione di raffinata politica estera volta ad imprimere una linea guida logica, ma senza perdere d’occhio gli interessi economici nazionali. Lavorare in Iran vuol dire difficoltà di pagamento, difficoltà di ricevere pagamenti in valuta solida (precaria disponibilità di crediti in $ ed €) possibilità di transazioni in “Rials” (moneta locale) che ai tempi dello Scià un Rials era uguale ad un Dollaro ora il cambio è 1 US $=10000 Rials !!!
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