Al di là dell’imbarazzo per la vicenda che ha portato alle dimissioni di Carlo Malinconico e di una certa irritazione verso il ministro della Pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi - se non giuridicamente, politicamente indifendibile sull’acquisto della casa al Colosseo - il fastidio è soprattutto per chi - questo il ragionamento di Monti - se la va a cercare. A partire da Andrea Riccardi che, nonostante gli inviti alla prudenza del Professore, continua ad essere politicamente molto attivo. Agitando - forse anche troppo - molti esponenti del Pdl ma scalfendo in qualche modo quel profilo tecnico dell’esecutivo a cui Monti tiene molto. Tanto che nella conferenza stampa di fine anno arrivò a dire che se si fosse accorto che «il modo di stare nel dibattito pubblico» di alcuni ministri «può pregiudicare la missione» del governo avrebbe «fatto presente» le sue «perplessità» agli interessati. Senza successo nel caso del titolare della Cooperazione. Mentre è andata meglio con il ministro della Salute Renato Balduzzi che, prima della bocciatura della Consulta, si era spinto a lanciare appelli a favore del referendum elettorale. «Una cosa è parlare da privati cittadini - si sarebbe sfogato Monti - altra è avventurarsi in certe dichiarazioni quando si fa il ministro, per giunta tecnico». E Balduzzi da allora s’è ben guardato dal ricaderci.
Ma qualche frizione c’è stata anche con Elsa Fornero, perché quelle lacrime durante la prima conferenza stampa del governo a Monti sono parse una via di mezzo tra uno scivolone e un segno di debolezza. Di certo un eccesso di emotività, come il braccio di ferro con il suo viceministro Michel Martone. Nei piani del premier, infatti, la Fornero si sarebbe dovuta occupare di pensioni e il suo vice di lavoro. Invece - dopo la ribalta mediatica delle lacrime - il ministro del Lavoro ha finito per mobbizzare Martone. Il Professore - seppure sobriamente - pare non abbia affatto gradito.
Ingrandisci immagine
