In attesa di notizie più attendibili, dal punto di vista sanitario, le ipotesi si accavallano. In un lungo comunicato, l'Aidaa di Lorenzo Croce fa tre ipotesi: lo smaltimento illegale da parte di chi deve cremare o sotterrare cani morti a privati o a enti pubblici, la possibilità che si tratti di un rito della camorra che suole mettere alla prova l'affiliato facendogli uccidere un cane mediante sgozzamento o il traffico illegale di cani inviati alla vivisezione, che ricevono microchip «puliti» da cadaveri opportunamente occultati.
Ragionando sui fatti, se dovessi mettermi nei panni di Watson (vista la comunanza medica), la prima ipotesi è quella che regge maggiormente e spiego il motivo. I corpi non hanno tutti lo stesso grado di decomposizione, segno evidente che sono stati portati nel lago in tempi diversi. Questo starebbe dalla parte di una mortalità «normale» di cani appartenenti a privati o a canili, smaltiti poco per volta da chi intasca i soldi della cremazione o del seppellimento, smaltendo poi le spoglie con il semplice viaggetto di un furgone. Gente che sta vicino al lago, perch´ la nafta costa. Rimane la faccenda del microchip. Io stesso farei fatica a togliere «chirurgicamente» una piastrina di due millimetri collocata in una parte variabile del collo sinistro, a meno di non fare un'amplissima ferita che si noterebbe. Non è così: le ferite ci sono, ma circoscritte. E allora ci vuole uno del mestiere, uno che ha la manualità giusta, ma pagando il giusto, si trova quel che si vuole.
Debole il rito della camorra. Non ci credo, così come la pista del traffico internazionale di cani da avviare alla vivisezione in altri stati. Troppo complicato, troppo costoso. Un cucciolo dell'Est costa sì e no 30 euro e i tavoli dei laboratori di molte nazioni si accontentano di «roba» mediocre: basta costi poco.
Però, io sono solo Watson. Ora attendiamo cosa dice il Capo.
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