martedì 09 febbraio 2010
Aggiornato oggi alle 08:10
 INTERNI
domenica 02 settembre 2007, 07:00

Indro mentiva, ma meno di chi dubita di lui

  Strumenti utili
 Carattere
caricamento in corso...
caricamento...
 Invia a un amico
 Stampa
 Rss
Condividi su Facebook
C’è di sicuro un piacere acre nell’infrangere gli idoli, nel ricondurre ai livelli bassi della natura umana personaggi famosi, e osannati. Tacito ha consegnato alla posterità un tenebroso Tiberio, e dopo di lui tanti altri - di gran lunga meno geniali - si sono cimentati in quest’opera di demolizione dei grandi. Adesso è trendy, se vogliamo adottare l’italglese imperversante, parlar male di Garibaldi e bene dei Borboni di Napoli. La storiografia è bella anche perché consente - quando non venga inamidata dalla retorica ufficiale - ampi margini di discrezionalità e ampie occasioni per la polemica.
Non mi fa dunque piacere, ma nemmeno mi scandalizza troppo, che Renata Broggini abbia dedicato a Indro Montanelli un saggio (Passaggio in Svizzera) la cui tesi può essere sintetizzata in quattro parole: Montanelli era un bugiardo. Lo è stato particolarmente, secondo la Broggini, quando ha raccontato le sue traversie di inseguito dai fascisti, di prigioniero dei tedeschi, di evaso da San Vittore, di rifugiato in terra elvetica. Da ricercatrice diligente, la Broggini ha esplorato gli archivi federali di Berna e Bellinzona, l’archivio di Stato a Roma, memoriali, epistolari. A quanto leggo ha anche incontrato Indro. Non so se gli abbia posto, a quattr’occhi, le obbiezioni che gli pone postumamente. Per la lunghissima consuetudine che ho avuto con lui penso che, se affrontato da una Broggini munita di pezze d’appoggio cartacee e invitato a discolparsi, avrebbe sorriso bonario e ammesso: sì, qualche volta sono stato un bugiardo.
Nel senso che nel ricostruire la propria straordinaria vita così come nel costruire i suoi straordinari articoli e libri, Montanelli a volte modificava questo o quel particolare. Voleva che la storia risultasse più giornalistica, voleva accentuare la sua presenza di testimone dei maggiori eventi. Non era a Milano nei giorni della Liberazione e non poteva perciò aver visto i corpi appesi di piazzale Loreto. Ma il racconto montanelliano, così come i suoi ritratti, resta genuino, autentico, impeccabile nelle linee generali, che sono quelle che contano.
La Broggini, presa da un raptus dissacrante, insinua invece ben altro. Insinua che Montanelli non sia veramente evaso da San Vittore, che non abbia dato alcun apporto alla lotta partigiana, che abbia cinicamente lasciato in balia dei tedeschi la moglie Maggie. Insinua perfino che abbia minimizzato ciò che la madre fece per la sua liberazione. Non diciamo sciocchezze. Quando rievocava quel tempo tremendo, Indro parlava e parlava con venerazione della madre Maddalena, e di come avesse venduto i suoi gioielli e bussato tutte le porte per strapparlo alla Gestapo. Che, nella persona del comandante Saewecke, ebbe per Montanelli (considerato un prigioniero speciale), una non meno speciale attenzione. La linea di confine tra l’esecuzione d’una condanna a morte - che ci fu - e un’evasione «autorizzata» è, nelle circostanze che Montanelli affrontò, sottilissima. Che fosse a San Vittore e che essendovi potesse da un momento all’altro essere mandato al muro, o in un campo di sterminio (che fa lo stesso) può testimoniarlo Mike Bongiorno; ragazzo italoamericano che era stato portato in carcere per motivi di sicurezza, che nel carcere - affidato a personale italiano - godeva d’una sorta di semilibertà, e che si adoperava per recapitare alla madre di Indro i biglietti del figlio.
Pagina  12  | Successiva 
caricamento in corso...
caricamento in corso...

Pubblicità

I nostri servizi