Islam Perché è giusto vietare le piazze

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Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, chiederà ai prefetti di vigilare affinch´ non avvengano manifestazioni di piazza davanti alle chiese, alle stazioni e ad altri luoghi pubblici. La limitazione del diritto di piazza è una novità in Italia. La piazza è sempre stata considerata un mezzo di pressione politica. La decisione del ministro è una risposta alle manifestazioni islamiche davanti al Duomo e alla stazione di Milano.
Maroni si è reso conto che è un altro uso della piazza quello promosso dagli islamici: si tratta di un'occupazione religiosa. Da strumento sindacale di azione anche violenta (occupazione di strade, ferrovie e aeroporti) la piazza è diventata un luogo di pura ostensione della potenza, del numero, senza la violenza ma con la preghiera.
Il governo prende coscienza della novità che rappresenta la pressione islamica in Italia. Essa può essere una perfetta forma di manifestazione non violenta, eppure di forza. Perch´ la forza dell'islam consiste nel numero e nella massa. Si può anzi dire che il termine «massa» non abbia mai trovato realizzazione più chiara di quanto avviene ora nell'ostensione musulmana avvenuta in maniera sincronizzata in tutto il mondo e chiaramente diretta da una centrale.
Ciò accade ora anche in Italia, dove i musulmani possono creare massa facilmente perch´ motivati a farlo dalla loro storia, dal loro istinto religioso e culturale, senza fare alcuna azione ma con una manifestazione passiva di presenza. La piazza cambia dunque significato, passa dalla pratica della lotta a quella dell'ostensione pura.
Perciò per la prima volta in Italia viene limitato il diritto di piazza, finora largamente usato dai sindacati come proprio strumento di lotta. È una presa di coscienza della diversità musulmana, che si manifesta nell'identità vissuta come immodificabile. La comunità islamica è una realtà diversa da tutte quelle nate dalla cultura occidentale cristiana, in cui l'elemento della massa è sempre temperato da un forte sentimento di identità personale, che ha reso la massa una categoria parziale e superabile.
Sorge così il problema del rapporto delle istituzioni pubbliche con gli immigrati islamici nel nostro Paese e con le loro associazioni. Occorre tenere conto del fatto che l'occidentalizzazione degli islamici non avviene a detrimento dell'identità musulmana, ma come espressione di essa. Non si è nemmeno tentata, da parte delle istituzioni del nostro Paese, una vera difesa della donna musulmana in Italia, visto che la sua condizione è determinata dalle regole islamiche in modo diverso di quanto avviene nel diritto occidentale, che si fonda sulla eguaglianza cristiana tra uomo e donna.
Il pluralismo come principio ha fatto dimenticare l'esistenza della civiltà occidentale fondata sul cristianesimo e sviluppata dalla modernità. È una civiltà diversa dalle altre e suppone l'eguaglianza dei diritti e la vigenza di un solo modello civile. Anche una richiesta minima come quella fatta dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, secondo cui le prediche nelle moschee devono essere fatte in italiano e non in arabo, è stata respinta da molti imam, che considerano l'arabo la lingua di Dio. La sunna islamica sostiene che il Corano è increato e che, quindi, il suo testo arabo ha un valore divino. È una concezione molto diversa da quella ebraico-cristiana della Scrittura, per cui la Bibbia è ispirata da Dio a un autore umano che ne è causa diretta; il testo ne rispecchia lo stile, la storia e la personalità.
Anche nella Chiesa vi sono vescovi sensibili a mantenere la figura cristiana del nostro Paese e del suo paesaggio, come il cardinale Poletto, arcivescovo di Torino, che ha chiesto la lontananza delle moschee dalle chiese.
Il mondo laicista assiste con contentezza all'infrangersi dell'identità cattolica del Paese grazie alla presenza di una religione diversa, dimenticando che essa è anche una civiltà diversa. È sul nostro popolo che ricade l'invenzione della convivenza. Esso è composto da individui, non è una massa. E l'individuo è fragile di fronte a una comunità che agisce come tale, cioè come comunità mondiale, totale nella sua identità culturale.
Il problema è aperto e il ministro dell'Interno ha segnato il primo capitolo della presa di coscienza italiana, a livello istituzionale, della differenza musulmana.
bagetbozzo@ragionpolitica.it

COMMENTI

31 commenti su 1  2  3  4   5  6  7   pagine dal più vecchio | dal più recente
#11 Eclisse (1364) - lettore
il 23.01.09 alle ore 13:09 scrive:
*#1 canadien*, hai centrato il problema. L'autore, a mio avviso, non è riuscito, se non in parte (l'accenno alla "presenza di una religione diversa, dimenticando che essa è anche una civiltà diversa"), a sottrarsi al consueto trabocchetto della visione del problema da un punto di vista esclusivamente religioso. Come non mi stanchcerò mai di ripetere, l'islam non è un fenomeno solo religioso, la preghiera ad Allah non è scindibile dalla sottomissione politica, anche dei non credenti, dall'applicazione della sharia (che è legge divina e temporale insieme), dalla sottomissione della donna, dal suprematismo culturale e politico nei confronti del resto del mondo, dalla jihad, la guerra santa, che è il mezzo per conseguire l'islam - la sottomissione. Le manifestazione puramente religiose non sarebbero un problema, se non fosse che sono assolutamente strumentali a fini politici. Ed è su questo punto che va focalizzata la differenza tra la cultura cattolica e quella islamica . ./.
#10 Carmelo Brullo (59) - lettore
il 23.01.09 alle ore 12:18 scrive:
..........Con il permesso di < INCORROTTO > faccio mio il suo post.
#9 paoladigenova (1831) - lettore
il 23.01.09 alle ore 12:12 scrive:
Un articolo esaustivo e come sempre interessante di Don Baget, genovese come me e molti lettori de Il Giornale, al quale chiedo che ne pensa della decisione di erigere una moschea nella nostra città. Il comune di Genova si sceglie la moschea e ai cittadini non deve interessare. Questo l’ateggamento dell’amministrazione cittadina capitanata dal sindaco PD Marta Vincenzi, la meno gradita fra i cento sincaci italiani (è all’85.mo posto) che così ha deciso in barba alle giuste proteste e richieste di specificare dove dovrebbe sorgere l’erigenda moschea. L’arroganza impositiva di questa giunta comunale è ben nota ai cittadini non targati “ a sinistra”., ma quando si prendono decisioni così importanti è inconcepibile farlo senza informare dettagliatamente i cittadini che pagano le tasse e i loro non modesti stipendi. Con l’atteggiamento bolscevico tipico del consiglio comunale si mette il cittadino di fronte al fatto compiuto, senza tanti complimenti. Ma a ribellarci almeno ci proviamo?
#8 Gensca (982) - lettore
il 23.01.09 alle ore 11:48 scrive:
No, caro don Gianni, non è proprio così! Le limitazioni al diritto di piazza come lo chiama Lei esiste in Italia almeno dal 1931! Vedasi, al proposito, l'art. 18 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza in base al quale il Questore, e l'Autorità di P.S. in generale, possono porre limitazioni all'utilizzo di luoghi per motivi di ordine e di sicurezza pubblica, talché il Ministro Maroni si accinge ad emanare una direttiva, una circolare per ribadire la responsabilità in capo alle istituzioni preposte di rispettare e far osservare quanto già prescritto dalla normativa vigente. Il problema del nostro paese è che le leggi esistono ma che nessuno ne pretende il rispetto!
#7 Travis Bickle (580) - lettore
il 23.01.09 alle ore 11:35 scrive:
Don Gianni è come al solito molto chiaro su ciò di cui parla. E sarebbe bene che si incomnciasse a discutere sull'opportunità o meno dell'immigrazione islamica in Italia, cosa che io ritengo altamente deleteria e da scoraggiare.
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