Quella della «destra che chiude», la scritta vespista di Porta a porta, proprio non è piaciuta a Giorgia Meloni e Gianni Alemanno. La destra che chiude. Alleanza nazionale che rilancia. La destra che segna il passo. Un nuovo inizio. Il partito degli italiani. Il taccuino, sfogliato dai primi refoli primaverili, si riempie di appunti, impressioni, immagini. Certo, vai a capire se quelli che, era il 1946, s’incaricarono di fare il Movimento sociale avrebbero mai potuto pensare che i vinti, anzi i nipoti dei vinti, aperti alla modernità sfolgorante della meccanica anglosassone e maggioritaria del consenso, si sarebbero fatti partito al potere. E qualche volta, partito di potere.
Da dieci giorni i quotidiani sono pieni zeppi di inchieste sulla destra che cambia, articoli sulla destra che si scioglie, inchieste video su destre ed estreme destre, foto di manifesti (arriveranno) che se la prendono col presunto traditore di turno, filologie, inchieste sulla pancia del partito che «borbotta o non borbotta?», fino al paradosso degli appelli metrosexual e similnostalgici dei nemici di un tempo, da Piero Sansonetti a Peppino Caldarola, che quasi invocano i postfascisti di «aprirsi e non perdersi», così citiamo Almirante e tutti sono felici, perché era tanto bello fare politica di scontri e conflitti.
Anche a questo, ha notato giustamente Filippo Rossi su Ffwebmagazine e Michele Brambilla su questo giornale, siamo costretti ad assistere: non solo alla solita processione di cariatidi identitarie che vengono tirate fuori dalla naftalina ogniqualvolta bisogna segnare, ma pure alla lacrimuccia versata ben bene sulla fiamma che si spegne senza spegnersi. Che poi il punto sta tutto là: Alleanza nazionale e Forza Italia si uniscono in un solo partito. Detto in politologicamente corretto: trasformano in partito quello che, neppure un anno fa, è stato il cartello elettorale che ha vinto le elezioni, proprio nel giorno in cui, siamo al 27 marzo, il destino e la memoria lunga del marketing calano l’asso del quindicennale della prima, grande, rivoluzionaria vittoria berlusconiana. Marciare per non marcire, perbacco.
Per gli elettori della destra, si sa, il Pdl era scritto nell’ordine delle cose. I più colti o memorandi addirittura ne collocano l’embrione nella «costituente di destra» prefigurata da Giorgio Almirante al procedere degli anni Settanta, altri accostano a Pinuccio Tatarella le tante pagine che Millennio dedicava all’«oltre al Polo», persino una traccia nel dna della destra sociale fatta di liste civiche, ambientalismo trasversale e «scioglimento di tutti i fasci», Nuova destra ed elaborazione di riviste come Area o Charta Minuta, saranno materiale da batteria storiografica eppure esiste, nel torrente minoritario a cui affluiscono le culture di destra fino al 1994, una specie di volontà di uscire dal recinto del «sangue dei vinti» e rimettere in moto la vocazione modernizzante e maggioritaria della destra italiana, forgiata nelle trincee del Novecento e postmoderna di politiche e immaginario.
Pietrangelo Buttafuoco, che è navigato osservatore di questo mondo, definisce «matrimonio consumato in fretta» quello tra coloro che fra poco saranno ex berluscones ed ex post-post-fascisti, e però noi aggiungiamo che le nozze si celebrano dopo quindici anni di un fidanzamento che, come tutte le relazioni, ha avuto alti e bassi, promesse d’amore e terzo, auguri e figli maschi, e momenti di crisi nel suo etimo profondo di krisis, passaggio, trasformazione.
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