lunedì 13 giugno 2005, 00:00
La fotografia
UnItalia che non si mobilita «per il Sì alla vita» e in maggioranza si astiene perché pensa che «la vita non può essere messa ai voti». UnItalia a due velocità, con il Nord che va alle urne più del Sud e delle isole, unItalia con la città più «progressista» e la provincia più «tradizionalista».
I dati sono ancora parziali, la giornata odierna completerà il quadro, ma la prima lettura del voto referendario lascia intuire parecchie cose sulle trasformazioni della società italiana. Il referendum sulla procreazione è sullaccidentato sentiero del fiasco. I dati sullaffluenza ieri erano lapidari: il 4,6% alle tre del pomeriggio, il 13,3% alle sette della sera, poco più del 18% alle 22. Percentuali che rasentano il minimo storico. Alla luce dei numeri e voltandosi indietro per guardare alla campagna referendaria, emerge uno scenario per cui ciò che pensa il Paese reale coincide sempre meno con le idee degli opinion makers e delle élites intellettuali. Ieri gli italiani hanno forse riscoperto le loro radici millenarie, perché se è vero che lo Stato è laico e la società secolarizzata, è altrettanto vero che questo voto boccia il credo laicista e il totem dello scientismo sganciato dai valori morali. Nei giorni scorsi Il Riformista aveva accarezzato lidea della Chiesa come «minoranza» ininfluente nel Paese, questo referendum certifica che quella «minoranza» si è ricompattata intorno allideale della vita e apre nuovi scenari sul futuro impegno dei cattolici in politica.
LItalia a due velocità.
Lanalisi del voto da Milano a Palermo, passando per Roma e facendo tappa a Cagliari, lascia pochi dubbi. Al Nord gli elettori sono stati più sensibili al richiamo dellurna. I valori sono sostanzialmente omogenei per tutti e quattro i quesiti. Le regioni settentrionali e centrali sono state più reattive, il Meridione e le isole hanno scelto la via dellastensione e, probabilmente, avranno un effetto decisivo sul voto. Il dato dellaffluenza alle 22 di ieri fotografava la situazione: il Nord segnava un 22,3 di votanti, il Centro il 24%, mentre nel Sud e nelle isole aveva votato rispettivamente il 10,6% e l12,8% degli elettori. Non mancheranno le polemiche, cè da attendersi più di un commento sulla «questione meridionale» e il referendum.
La città e la provincia.
Come non si può pensare che New York sia il paradigma dellAmerica, così Roma non è lo specchio del Paese. Si è sempre parlato della «provincia italiana» come il ventre della nostra società. Il voto conferma tendenze molto chiare: le metropoli si sentono più liberal, ma nei piccoli centri dove più forti sono i legami della famiglia, le comunità hanno unidentità e la Chiesa è ancora un punto di riferimento, il referendum è stato colto come una minaccia allo status quo, un colpo di piccone sui pilastri che sorreggono lesistenza. È per queste ragioni che in una città come Milano alle 22 votava circa il 26% degli elettori e invece - restando sempre nella ricca Lombardia - a Como, Bergamo e Brescia non si arrivava al 16%. Per le stesse ragioni Roma alle 22 segnava il 25,4%, ma Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo oscillavano ancora tra il 14 e il 18%. Il non voto del Veneto (18%) o di città come Brescia (15,6%), inoltre, riscopre le radici antiche, cattoliche, delle «regioni bianche» che sembravano cancellate. Se New York non decide le elezioni del Presidente in America, Roma non fa il quorum in Italia.