mercoledì 12 ottobre 2005, 00:00
La nostra malattia
Più di venticinque anni fa uno dei due bambini Elkann, forse Lapo che era più piccolo, mi fece un'immensa pisciata addosso, ed ero pure in costume da bagno. Non l'ho più visto da allora, ma gli voglio ancora bene per la strepitosa risata che mi fece fare, io così (...)
(...) inuso ai vezzi degli infanti. Per mettere subito tutto in chiaro, voglio molto bene da quasi trent'anni a Alain. Lo stimo e lo ammiro: perché di lui si vede e si indica solo il lato comodo, quel suo essere ricco e di bella famiglia che gli ha aperto strade difficili per altri. Un secondo punto di vista che nessuno considera, è il suo coraggio leonino, la sua pazienza da martire nel sopportare che tanti addetti ai lavori abbiano sghignazzato sui suoi primi romanzi, cospargendo con compiaciuta ferocia pagine e autore di letame. Poteva stare su una Rolls Royce d'argento nella più sfiziosa isola dei Caraibi fin da ragazzo e ha resistito agli sberleffi e agli sputazzi di quelli stessi che adesso - diventato lui quasi papà Agnelli - trovano sapida e sugosa ogni sua riga. Che tenacia, che pazienza, che incredibile voglia di scrivere contro tutti e tutto, a partire dalla famiglia, ha dimostrato Elkann. Un eroe, per me che ho studiato e lavorato tanto per risalire dalla povertà ma che sarei stato tanto volentieri su quella Rolls Royce d'argento.
Ma non è degli Elkann che voglio parlare, quanto delle idiozie che si scrivono in questi giorni sulla cocaina e sul suo uso, fino a fare della disinformazione un credo sia popolare sia «colto». Voglio scrivere sulla mia pelle, a danno mio, perché in casi come questi è l'unico modo per essere presi sul serio. Longanesi diceva che non c'è niente di più inedito dell'edito, così forse più d'uno si stupirà a sapere che anch'io ho usato cocaina. Per la verità feci una lunga intervista apposta nell'aprile del 2004, con Claudio Sabelli Fioretti, per il magazine del Corriere della Sera (non a caso il più diffuso). Il necessario e miserabile Giuliano Ferrara, pochi giorni dopo l'uscita dell'Indipendente diretto da me, trovò opportuno dare notizia del mio uso di polvere, o svelta come la chiama chi la usa, o neve, come la chiama chi non la usa: un pettegolezzo senza un grammo (...) di prova, vecchissimo e superato, ma vero. Come unica reazione pensai che solo dichiarando senza piagnucolare le mie stravaganze di narice e di sesso potevo sbattere in faccia ai moralisti la mia libertà di strapazzare il mio corpo come mi pare.
La cosa più cretina - e frequente - che si legge e si dice in questi giorni è: «Ma cosa sniffano a fare se hanno già tutto, soldi, bellezza, giovinezza, successo!». Se continuate a pensarla così non capirete mai né Lapo, né Kate, né Calissano, né Pantani e tanti altri. È proprio chi ha tutto a volere sempre di più, e mica soltanto case e barche e gioielli e soldi. Chi ha già tutto cerca il bene più raro e prezioso, impossibile da comprare: sentirsi d'improvviso e «gratis» più intelligenti, euforici, nel giusto, in uno stato che ti alza di un metro sopra i tuoi simili. Naturalmente poi non è così, tira che ti tira, dopo qualche mese o anno i danni, le limitazioni, le sofferenze, le paure, le angosce, diventano tanto più grandi delle gioie. Ma a quel punto sei un tos-si-co-di-pen-den-te: che significa soffrire come una bestia murata viva senza la tua droga. E, a parere di tutti gli specialisti, la dipendenza da cocaina è un guasto più difficile di quello dell'eroina, che dà una schiavitù fisica e quindi curabile con farmaci, mentre la svelta ti inchioda il cervello, che non si muove più senza.