mercoledì 12 ottobre 2005, 00:00
La nostra malattia
Forse e proprio perché la cocaina è la droga di chi vuole vincere e strafare (l'eroinomane cerca solo pace alle sue sconfitte certe), è grande la quantità di sniffatori di neve che ne esce. Ma non si tira coca a vita, gli studi (nessuno li legge fra quegli accidenti di colleghi che scrivono sciocchezze a pioggia o a tunnel su questo argomento?). Gli studi sono concordi nel dire che dopo 12/14 anni il corpo ha uno spontaneo rifiuto fisiologico a quella sostanza. Chi non ci arriva, a quei 12/14 anni, muore d'infarto con qualche grammo su per il naso, e sono molti di più di quanto crediamo.
Fra gli sniffatori di coca, poi ci sono due grandi categorie. Chi lo fa per lavorare di più e meglio e chi lo fa per godere di più, divertirsi di più: è questo gruppo, che sembra il più fortunato, a soffrire di più perché a un certo punto puoi tirare quanto vuoi, ma il sesso ti fa schifo, gli altri ripugnanza e vuoi solo trascinarti in solitudine.
Naturalmente sono più utili e saggi (finché rendono) i lavoratori-tiratori brillanti e stacanovisti, e temo che invece Lapo stesse fra gli ilari. Soffrirà di più e per chi sa quanto gli sembrerà di non poter più avere - belle e diverse come prima (prima della coca e durante la coca) - la felicità speciale di unire il proprio corpo a un altro avendo il naso pieno di quella roba.
Che faccio pubblicità alla droga? Non ci penso neppure, ho pagato moltissimo in dolori, in miserie e in tracolli della mia vita, e pagherò ancora perché quando sei bollato come drogato, per tutti rimani drogato per sempre, anche se sei diventato ancora più pazzo e fai lo stilita.
Ricordo come una cosa buffa la presentazione del mio libro su Italo Balbo (1983) a Padova. Piaceva molto al pubblico presente quel libro (che è tuttora il libro su Balbo), soprattutto a un ragazzo che quando poi si finì a parlare di droghe - come sempre in quegli anni - se la prendeva con l'hashish, suggerendo pene severissime, come va ancora scioccamente, ingiustamente, inutilmente di moda: non potrò mai dimenticare il suo sguardo quando dissi - al microfono - che avevo scritto quel libro fumando i miei regolari 4-5 spinelli al giorno. Testimoni Pietrangelo Buttafuoco e Italo Bocchino, che vent'anni dopo è stato così poco «di destra» da affidarmi la direzione dell'Indipendente. Ebbene, il modo migliore per sputtanare i luoghi comuni è sputtanare se stesso: rivelo qui qualcosa sul mio libro ancora oggi più venduto e continuamente ristampato: «Antistoria degli Italiani. Da Romolo a Giovanni Paolo II» (1997) fu studiato e scritto e levigato e reso così eccezionalmente bello e intelligente, proprio nel mio periodo di massimo uso di cocaina. Tant'è che subito dopo mi disintossicai. Beninteso, sarebbe venuto anche meglio, se avessi avuto una vita regolare (orribile è il non mangiare, più che il non dormire, quasi mai). Ma diverse folgorazioni di stile e di narrazione, non di contenuti, le devo proprio alla mia passeggera amica, poi diventata feroce nemica.
Non ringrazio chi mi fece provare la prima volta (a quarantaquattro anni, a New York) né ho mai voluto iniziare nessuno. Qualcuno anzi si potrà stupire apprendendo che personalmente sono molto, ma molto incerto sulla liberalizzazione delle droghe leggere: ma neppure sono l'esempio (già vi veniva in mente) «dell'inevitabile passaggio» dalla droga leggera a quella pesante: fumai il primo spinello a quattordici anni e smisi il consumo regolare vent'anni dopo: dieci anni di vuoto sono tanti per stabilire una consequenzialità tra le due droghe. La cocaina mi sedusse perché la prima volta con un grammo riuscii a scrivere e studiare per una settimana di fila senza quasi dormire. Poi ne ebbi un vile bisogno quando all'improvviso mi capitò di fare televisione, in diretta, tra il pubblico, dovendo inventare ogni giorno qualcosa di buono, senza poter balbettare o arrossire.